Autore: FRUIT OF THE DOOM/SERIAL
“Hai paura?”
“No”.
“Allora è deciso, apro”.
“Apri”.
Forse, in questo momento, la tua voce suona strana anche a te. Tu, così decisa, così sfacciata, così pronta a risolvere tutto con una risata, ora senti un leggero tremolìo, tra le vocali e le consonanti.
Ma hai detto di aprire.
E, mentre mi guardi infilare la chiave magnetica nella serratura della porta di questa sconosciuta stanza d'albergo, magari ripensi alle mie parole.
“Essere sottomessa non vuol dire lasciare il frustino nelle mie mani” ti dissi. “Io preferisco arrivare a possederti completamente, riuscire ad intrufolarmi dentro di te come un virus. E, come un virus, scovare la tua fantasia nascosta. E nutrirla, coccolarla, educarla e crescerla, fino a quando non diventerà così grande e forte che tu non potrai fare a meno di ascoltarla. Potrai cercare di soffocarla, ma ormai sarà come soffocare una parte di te. E allora, quando capirai che l'unica via d'uscita è lasciare libera quella fantasia, troverai solo me in grado di realizzarla. E in quel momento, io mi sarò impossessato di te. Solo allora sarai completamente mia. Sottomessa”.
Click, fa la serratura della porta.
Un rumore sordo e improvviso che interrompe il flusso dei tuoi pensieri. I cardini cigolano, mentre vedi le mie mani spalancare l'ingresso della stanza segreta. Ma non abbastanza da coprire il pulsare violento del tuo cuore, che vuole farti scoppiare le vene del collo.
Slam, fa la porta alle tue spalle, facendoti sobbalzare un pochino. E lasciando fuori ogni altro rumore.
La luce si accende. Vedi la stanza spoglia. Ma riconosci gli strumenti che la tua fantasia sognava.
Dal soffitto, proprio al centro della stanza, pende una catena. All'estremità, vedi due bracciali di cuoio. Ti carezzi un polso, immaginando la loro stretta.
Ti vedo, e sorrido: “Brava, ti sei ricordata come ti avevo detto di vestirti”.
Volevo una cosa semplice. E ti chiedevi perchè: jeans, una canotta rosso fuoco, reggiseno e perizoma neri.
Ti chiedi perchè non ti sto toccando, né accompagnando al centro della stanza, mentre guardi tutti i particolari di quel luogo per te nuovo.
Il letto, spostato contro il muro, accanto alle finestre da cui trapela la luce metallica delle insegne luminose. Una sciarpa di seta nera, adagiata sul letto. Un tappeto rosso, proprio come il tuo top, sotto la catena che penzola dal soffitto come un vecchio lampadario.
O come una forca.
“No”.
“Allora è deciso, apro”.
“Apri”.
Forse, in questo momento, la tua voce suona strana anche a te. Tu, così decisa, così sfacciata, così pronta a risolvere tutto con una risata, ora senti un leggero tremolìo, tra le vocali e le consonanti.
Ma hai detto di aprire.
E, mentre mi guardi infilare la chiave magnetica nella serratura della porta di questa sconosciuta stanza d'albergo, magari ripensi alle mie parole.
“Essere sottomessa non vuol dire lasciare il frustino nelle mie mani” ti dissi. “Io preferisco arrivare a possederti completamente, riuscire ad intrufolarmi dentro di te come un virus. E, come un virus, scovare la tua fantasia nascosta. E nutrirla, coccolarla, educarla e crescerla, fino a quando non diventerà così grande e forte che tu non potrai fare a meno di ascoltarla. Potrai cercare di soffocarla, ma ormai sarà come soffocare una parte di te. E allora, quando capirai che l'unica via d'uscita è lasciare libera quella fantasia, troverai solo me in grado di realizzarla. E in quel momento, io mi sarò impossessato di te. Solo allora sarai completamente mia. Sottomessa”.
Click, fa la serratura della porta.
Un rumore sordo e improvviso che interrompe il flusso dei tuoi pensieri. I cardini cigolano, mentre vedi le mie mani spalancare l'ingresso della stanza segreta. Ma non abbastanza da coprire il pulsare violento del tuo cuore, che vuole farti scoppiare le vene del collo.
Slam, fa la porta alle tue spalle, facendoti sobbalzare un pochino. E lasciando fuori ogni altro rumore.
La luce si accende. Vedi la stanza spoglia. Ma riconosci gli strumenti che la tua fantasia sognava.
Dal soffitto, proprio al centro della stanza, pende una catena. All'estremità, vedi due bracciali di cuoio. Ti carezzi un polso, immaginando la loro stretta.
Ti vedo, e sorrido: “Brava, ti sei ricordata come ti avevo detto di vestirti”.
Volevo una cosa semplice. E ti chiedevi perchè: jeans, una canotta rosso fuoco, reggiseno e perizoma neri.
Ti chiedi perchè non ti sto toccando, né accompagnando al centro della stanza, mentre guardi tutti i particolari di quel luogo per te nuovo.
Il letto, spostato contro il muro, accanto alle finestre da cui trapela la luce metallica delle insegne luminose. Una sciarpa di seta nera, adagiata sul letto. Un tappeto rosso, proprio come il tuo top, sotto la catena che penzola dal soffitto come un vecchio lampadario.
O come una forca.
“Levati le scarpe”. La mia voce ti desta dai pensieri. Obbedisci, sfilando la destra con la punta del piede sinistro e calciandola lontano.
“Vuoi che le metta da qualche parte?” mi chiedi subito dopo, preoccupata di aver fatto qualcosa di sbagliato.
“Levale e basta” ti rispondo, distratto. Scrolli le spalle e calci via anche la seconda scarpa, con un pizzico della tua adorabile sfacciataggine.
“Brava bambina. Ora metti i tuoi piedini su quel tappeto rosso”.
Non ti devo spiegare dove devi metterti. Sali sul tappeto e ti sistemi proprio in centro, come una soldatina diligente. Sopra la tua testa, scintilla la catena.
“Ora, da brava, levati i jeans”.
Obbedisci senza discutere. Senti i miei occhi alle tue spalle, curiosare per la prima volta sotto i tuoi vestiti.
“Perfetto, perfetto” mi senti bisbigliare, con un accento un po' diabolico. Sai che ho visto il perizoma nero. E, un po' vanitosa, immagini che la linea del tuo giovane sederino sia proprio come speravo, perfettamente sexy, dolcemente sottolineata dal nastrino nero che circonda i tuoi fianchi.
Sorridi ancora, mentre senti la mia mano attorno al tuo polso. E' calda, quasi rovente. E decisa.
Stringo forte, e con un movimento brusco, alzo il braccio sopra la tua testa. Poi mi affaccendo sulla cinghia che ora imprigiona il tuo polso. Quando lascio andare, la senti, forte ma non troppo. Abbastanza però da non poterti muovere dal centro del tappeto rosso.
Ripeto l'operazione con l'altro polso, mentre lascio che le tue dita carezzino gli anelli più bassi della catena. Carezzi loro, e sai che stai coccolando la tua fantasia. Le stai dicendo che è il momento, ora può uscire.
“Guardati, non è così che ti sarebbe piaciuto vederti?” ti dico, stringendoti il viso nella mia mano, e costringendoti a guardare lo specchio enorme che sta appeso al muro, proprio di fronte a te. Lascio la presa quasi subito.
“Guardati ora, sazia i tuoi occhi. Perchè non vedrai altro”.
Ti parlo, e ho già nelle mani la sciarpa di seta, che avevi notato sul letto. Allo specchio mi vedi, dietro di te. Le tue cosce abbronzate scintillano in primo piano. I muscoli delle tue braccia e delle tue spalle sono contratti in quella posizione innaturale. E da lì vedi le mie mani infilarsi tra le tue braccia sollevate, lasciar scivolare la seta nera sulla tua fronte, lentamente.
“Guarda, guarda ancora, guarda adesso, perchè fra poco... sarà buio” bisbiglio, mentre la sciarpa raggiunge i tuoi occhi.
Stringo forte, forse più del necessario. Senti la seta cingerti il capo, le mie mani strattonarla per fare un nodo che non possa sciogliersi. E non vedi più nulla.
Proprio come desiderava la tua fantasia. Come desideravi tu.
“Vuoi che le metta da qualche parte?” mi chiedi subito dopo, preoccupata di aver fatto qualcosa di sbagliato.
“Levale e basta” ti rispondo, distratto. Scrolli le spalle e calci via anche la seconda scarpa, con un pizzico della tua adorabile sfacciataggine.
“Brava bambina. Ora metti i tuoi piedini su quel tappeto rosso”.
Non ti devo spiegare dove devi metterti. Sali sul tappeto e ti sistemi proprio in centro, come una soldatina diligente. Sopra la tua testa, scintilla la catena.
“Ora, da brava, levati i jeans”.
Obbedisci senza discutere. Senti i miei occhi alle tue spalle, curiosare per la prima volta sotto i tuoi vestiti.
“Perfetto, perfetto” mi senti bisbigliare, con un accento un po' diabolico. Sai che ho visto il perizoma nero. E, un po' vanitosa, immagini che la linea del tuo giovane sederino sia proprio come speravo, perfettamente sexy, dolcemente sottolineata dal nastrino nero che circonda i tuoi fianchi.
Sorridi ancora, mentre senti la mia mano attorno al tuo polso. E' calda, quasi rovente. E decisa.
Stringo forte, e con un movimento brusco, alzo il braccio sopra la tua testa. Poi mi affaccendo sulla cinghia che ora imprigiona il tuo polso. Quando lascio andare, la senti, forte ma non troppo. Abbastanza però da non poterti muovere dal centro del tappeto rosso.
Ripeto l'operazione con l'altro polso, mentre lascio che le tue dita carezzino gli anelli più bassi della catena. Carezzi loro, e sai che stai coccolando la tua fantasia. Le stai dicendo che è il momento, ora può uscire.
“Guardati, non è così che ti sarebbe piaciuto vederti?” ti dico, stringendoti il viso nella mia mano, e costringendoti a guardare lo specchio enorme che sta appeso al muro, proprio di fronte a te. Lascio la presa quasi subito.
“Guardati ora, sazia i tuoi occhi. Perchè non vedrai altro”.
Ti parlo, e ho già nelle mani la sciarpa di seta, che avevi notato sul letto. Allo specchio mi vedi, dietro di te. Le tue cosce abbronzate scintillano in primo piano. I muscoli delle tue braccia e delle tue spalle sono contratti in quella posizione innaturale. E da lì vedi le mie mani infilarsi tra le tue braccia sollevate, lasciar scivolare la seta nera sulla tua fronte, lentamente.
“Guarda, guarda ancora, guarda adesso, perchè fra poco... sarà buio” bisbiglio, mentre la sciarpa raggiunge i tuoi occhi.
Stringo forte, forse più del necessario. Senti la seta cingerti il capo, le mie mani strattonarla per fare un nodo che non possa sciogliersi. E non vedi più nulla.
Proprio come desiderava la tua fantasia. Come desideravi tu.
Per un poco non senti nulla. Provi a concentrarti sui suoni della stanza. Ma tutto quello che percepisci, sono gli echi ovattati delle auto in strada. Muovi i piedi sul tappeto, carezzandoti una caviglia con la punta delle dita. La tua ansia sta crescendo. E non puoi farci nulla.
Poi un suono. I miei passi, un fruscio, forse un cassetto che si apre. E uno strano scricchiolio, come di metallo. Cerchi d'indovinare che cosa sta succedendo, quando senti il mio respiro sul tuo collo. Caldo, lento, regolare. Pensi che potrei essere un fantasma. Pensi che la scena sembra irreale come un sogno. Fino a che il gelo di qualcosa di concreto sulla tua pelle, ti fa sobbalzare.
“Ferma baby... se ti muovi è pericoloso”.
Riecco il freddo, sul collo. Ti ritrai ancora.
“Che cos'è?” mi chiedi.
“Ahi!”
Uno schiaffo sul sedere lasciato scoperto dal perizoma è la mia risposta.
“Chi ti ha detto di parlare, baby. Tutto quello che ti ho chiesto è di stare ferma. O con queste forbici ti posso far male”.
Ti mordi il labbro inferiore. Forse non sai che mi piace così tanto. O forse sì. Senti le lame allontanarsi dal collo, scivolando sulla tua pelle. Le senti scendere lungo la spalla, ruotare lentamente. Scosti il capo, per istinto, mentre il sottile rumore dell'acciaio ti dice che le sto aprendo.
Una lama ti carezza più profondamente, ti sembra di sentire la punta aguzza. Contrai le dita dei piedi sul tappeto. Un brivido. O solo un po' di paura.
“Ferma, e non ti farò male” ti sussurro all'orecchio, mentre la lama s'intrufola sotto la spallina della canotta rosso fuoco e poi si chiude. Il sottile nastro di cotone salta via, liberando alla vista la spallina nera del reggiseno. Ho fretta, e poco dopo è uno strattone quello che senti: ho afferrato l'altra spallina del top, facendoti quasi perdere l'equilibrio.
Stringi le mani alla catena, mentre le forbici recidono il tessuto. Poi lascio la presa. La canotta mezzo strappata ti dà un'aria perversa.
“Dovresti vederti adesso, baby...” ti dico, ridendo.
So che puoi solo immaginarti. Fa parte della tortura. Forse stai proprio cercando di dipingere la scena, come se potessi ancora vedere lo specchio, quando senti di nuovo il mio respiro sul tuo viso. Sono vicino, ma non ti tocco. Non con le mani, almeno.
Un secondo dopo, la lama non più gelida delle forbici è di nuovo su di te. Si è infilata sotto la canotta, e scivola sulla pelle della tua pancia. Senti il cigolio, e il rumore della stoffa che viene tagliata. Senti i lembi del cotone elasticizzato lasciare nuda la tua pelle, senti anche un brivido. Ed è quello che fa di nuovo attorcigliare i tuoi piedini sul tappeto.
La lama evita il reggiseno, ma non lascia scampo alla canotta. La afferro prima che cada e la porto sul tuo viso.
“Buon profumo, baby... un peccato che il mio naso sia così poco sensibile”.
Sorridi, sotto il cotone rosso di quello che era uno dei tuoi top preferiti. Lascio cadere la maglietta e stringo un braccio attorno alla tua vita. Per la prima volta senti il mio tocco. E io per la prima volta sento la tua pelle nuda.
Trascino il mio corpo contro il tuo, senti ancora il mio respiro sul tuo viso e, alla fine, la mia lingua bagnare le tue labbra, enorme, insidiosa come quella di un serpente. Un passaggio veloce, che ti lascia umida del mio sapore.
“Dovevo farlo ora” ti dico. “Fra poco non potrò più”.
Poi un suono. I miei passi, un fruscio, forse un cassetto che si apre. E uno strano scricchiolio, come di metallo. Cerchi d'indovinare che cosa sta succedendo, quando senti il mio respiro sul tuo collo. Caldo, lento, regolare. Pensi che potrei essere un fantasma. Pensi che la scena sembra irreale come un sogno. Fino a che il gelo di qualcosa di concreto sulla tua pelle, ti fa sobbalzare.
“Ferma baby... se ti muovi è pericoloso”.
Riecco il freddo, sul collo. Ti ritrai ancora.
“Che cos'è?” mi chiedi.
“Ahi!”
Uno schiaffo sul sedere lasciato scoperto dal perizoma è la mia risposta.
“Chi ti ha detto di parlare, baby. Tutto quello che ti ho chiesto è di stare ferma. O con queste forbici ti posso far male”.
Ti mordi il labbro inferiore. Forse non sai che mi piace così tanto. O forse sì. Senti le lame allontanarsi dal collo, scivolando sulla tua pelle. Le senti scendere lungo la spalla, ruotare lentamente. Scosti il capo, per istinto, mentre il sottile rumore dell'acciaio ti dice che le sto aprendo.
Una lama ti carezza più profondamente, ti sembra di sentire la punta aguzza. Contrai le dita dei piedi sul tappeto. Un brivido. O solo un po' di paura.
“Ferma, e non ti farò male” ti sussurro all'orecchio, mentre la lama s'intrufola sotto la spallina della canotta rosso fuoco e poi si chiude. Il sottile nastro di cotone salta via, liberando alla vista la spallina nera del reggiseno. Ho fretta, e poco dopo è uno strattone quello che senti: ho afferrato l'altra spallina del top, facendoti quasi perdere l'equilibrio.
Stringi le mani alla catena, mentre le forbici recidono il tessuto. Poi lascio la presa. La canotta mezzo strappata ti dà un'aria perversa.
“Dovresti vederti adesso, baby...” ti dico, ridendo.
So che puoi solo immaginarti. Fa parte della tortura. Forse stai proprio cercando di dipingere la scena, come se potessi ancora vedere lo specchio, quando senti di nuovo il mio respiro sul tuo viso. Sono vicino, ma non ti tocco. Non con le mani, almeno.
Un secondo dopo, la lama non più gelida delle forbici è di nuovo su di te. Si è infilata sotto la canotta, e scivola sulla pelle della tua pancia. Senti il cigolio, e il rumore della stoffa che viene tagliata. Senti i lembi del cotone elasticizzato lasciare nuda la tua pelle, senti anche un brivido. Ed è quello che fa di nuovo attorcigliare i tuoi piedini sul tappeto.
La lama evita il reggiseno, ma non lascia scampo alla canotta. La afferro prima che cada e la porto sul tuo viso.
“Buon profumo, baby... un peccato che il mio naso sia così poco sensibile”.
Sorridi, sotto il cotone rosso di quello che era uno dei tuoi top preferiti. Lascio cadere la maglietta e stringo un braccio attorno alla tua vita. Per la prima volta senti il mio tocco. E io per la prima volta sento la tua pelle nuda.
Trascino il mio corpo contro il tuo, senti ancora il mio respiro sul tuo viso e, alla fine, la mia lingua bagnare le tue labbra, enorme, insidiosa come quella di un serpente. Un passaggio veloce, che ti lascia umida del mio sapore.
“Dovevo farlo ora” ti dico. “Fra poco non potrò più”.
Senti il mio braccio abbandonarti. E ti chiedi che cosa abbia in mente. Cerchi di nuovo di indovinare, ascoltando i rumori. Il cassetto, come prima. Sì, ho preso qualcosa. Senti i miei passi venire verso di te.
“Non ho bisogno di frustini, baby, né di altri giocattoli” ti dico, mentre continui a sentire il rumore di qualcosa tra le mie mani. “Solo un giochino è necessario per la nostra piccola festa. Ho pensato che, se ti avessi lasciato la possibilità di parlare, ti saresti deconcentrata, mentre non devi pensare ad altro che a te, ed alle sensazioni che proverai. Sai che cos'è una gag ball?”.
Scuoti la testa, voltandola un poco verso di me.
“No, vero? Me l'aspettavo. E' una pallina di plastica, questa è rossa, legata su una fibbia di cuoio. Funziona così...”
Senti qualcosa di liscio e rotondo premere sulle tue labbra. Provi a resistere, per istinto, ma la mia mano schiaccia così forte che devi aprire la bocca.
“La pallina s'infila qui, e t'immobilizza la lingua, lasciandoti le labbra un poco aperte. Poi io allaccio la fibbia dietro la tua nuca e voilà, ora potrai solo mugolare. Di piacere o di dolore, naturalmente. Ah, e non preoccuparti se non riuscirai a deglutire tutta la saliva. E' normale con la gag ball. E poi quei rivoletti di bava ti faranno sembrare un vero animaletto. Una porcellina golosa...”.
Mugoli infastidita, e scuoti la testa. Non ti abitui a quell'ostacolo tra le tue labbra. Non ti piace per niente.
“Ferma. Ricordati che ho le forbici...”.
Ti fermi. La testa che guarda all'insù, come per evitare che la saliva scivoli fuori dalla tua bocca. Il petto che respira ansimando. Il tuo fiato, l'unico rumore che copre gli altri suoni. Le forbici, di nuovo gelide.
La lama s'inclina e lascia posto alla punta. Come una matita, disegna le curve della tua scollatura. Abbassi la testa, serrando le mani alla catena. Solletico. O paura. Poi sospiri, quando la punta smette di torturare la tua carne e sale sul tessuto del reggiseno. Ma è un attimo. La senti spingere piano all'altezza del tuo capezzolo. Passa su e giù, lentamente. Ansimi ancora. Paura o piacere? O entrambi?
Senti la mia risatina diabolica. “Ehi porcellina, ti stai già bagnando?”.
Lo strattone, violento, ti fa irrigidire tutta e mugolare più forte. Ho afferrato il tuo perizoma, all'improvviso, e ho tirato all'insù, in modo che s'infilasse tra le tue natiche, e tra le tue grandi labbra.
Rido ancora: “Ecco, così ti asciughi un po'...”.
Hai il fiatone, senti i miei occhi sul tuo petto che sobbalza su e giù, insieme al respiro. Poi, si ferma. Eccola, la lama. Passa sotto la spallina. Zac, la taglia. Senti l'elastico frustarti una spalla. Poi l'altra. Poi la lama è sul tuo stomaco.
Trattieni il respiro, mentre s'intrufola da sotto al centro del reggiseno, tra un seno e l'altro. Taglio lentamente, quasi fino all'ultimo lembo. Poi zac, via tutto. Il reggiseno nero cade tra i tuoi piedi.
Fai un respiro profondo, che fa salire e scendere i tuoi seni nudi. Ti aspetti le mie dita. Ma non le senti.
Invece, riecco la lama. Trattieni di nuovo il respiro. La senti percorrere la curva del tuo seno sinistro. Poi dividersi, in due fiumi di metallo. Poi li senti ancora avvicinarsi, come per fondersi, fino a incontrare un ostacolo, il tuo capezzolo. Non riesci a trattenere un verso di spavento.
“Tranquilla, non posso violare tanta bellezza. Lo sto solo carezzando, come uno scultore carezza il marmo”.
Senti le lame serrarsi un po' di più, senti il dolore, come di un pizzicotto. Vorresti ritrarti, ma non puoi muoverti. E io lo so. Stringo, osservo il capezzolo indurirsi ancora, poi lo lascio. Sospiri, sollevata. Senti la saliva scivolare ai lati della tua bocca. Senti i miei passi allontanarsi un poco.
“Sei carina così. Un capezzolo duro e l'altro no. E quelle mutandine, infilate così dentro...”
Senti i miei passi intorno a te, come se mi godessi il panorama del tuo corpo. E' quello che sto facendo, in effetti. Ti guardo, prima da vicino, poi da lontano, prima di spalle e poi di fronte, attraverso lo specchio. Volgi la testa, come per cercarmi. Ma non puoi vedermi. Solo sentirmi. E quando il mio respiro è di nuovo sulla tua pelle, t'irrigidisci.
“Tranquilla. Voglio solo sapere se sei bagnata” ti sussurro, sopra la spalla. In mano ho ancora le forbici e lo sai. Come se te lo aspettassi, contrai i muscoli delle tue natiche. Un secondo dopo, ecco la lama carezzarti proprio i fianchi. Passa su e giù, paziente. Mentre tu torni a respirare più rapidamente.
Ti guardo allo specchio. I giovani seni si muovono al ritmo della tua ansia, il viso punta verso lo specchio, anche se non puoi vedere nulla, la bocca spalancata per forza mischia il rosso delle labbra al rosso della pallina.
La lama finalmente s'intrufola. E la parte destra del perizoma penzola giù. Poi accade lo stesso con quella sinistra. Ma lui, il perizoma, non scende. Lo strattone di prima lo ha come incastrato dentro di te. Rido forte.
“Bella porcellina, guarda che cosa hai fatto. Sei così bagnata che è rimasto appiccicato?”
Senti la mia mano sulla tua coscia. Poi più in mezzo. Afferro quel che resta del perizoma nero e lo levo via. Un soffio di aria fresca colpisce la tua vagina. Reclini il collo. Ti piace. Poi senti i miei passi. Mi sono allontanato, per contemplarti. E per lasciarti pensare a quello che succede.
Sei nuda, legata, bendata, con la bocca immobilizzata e le guance umide di saliva. Non puoi fare altro che aspettare. Provare ad ascoltare e sperare che l'ansia per quel che accadrà non ti divori. Provi a respirare piano, per captare i rumori. Nessun suono. Solo il tuo respiro. E il mio. E l'attesa che ti uccide.
Scuoti la testa, voltandola un poco verso di me.
“No, vero? Me l'aspettavo. E' una pallina di plastica, questa è rossa, legata su una fibbia di cuoio. Funziona così...”
Senti qualcosa di liscio e rotondo premere sulle tue labbra. Provi a resistere, per istinto, ma la mia mano schiaccia così forte che devi aprire la bocca.
“La pallina s'infila qui, e t'immobilizza la lingua, lasciandoti le labbra un poco aperte. Poi io allaccio la fibbia dietro la tua nuca e voilà, ora potrai solo mugolare. Di piacere o di dolore, naturalmente. Ah, e non preoccuparti se non riuscirai a deglutire tutta la saliva. E' normale con la gag ball. E poi quei rivoletti di bava ti faranno sembrare un vero animaletto. Una porcellina golosa...”.
Mugoli infastidita, e scuoti la testa. Non ti abitui a quell'ostacolo tra le tue labbra. Non ti piace per niente.
“Ferma. Ricordati che ho le forbici...”.
Ti fermi. La testa che guarda all'insù, come per evitare che la saliva scivoli fuori dalla tua bocca. Il petto che respira ansimando. Il tuo fiato, l'unico rumore che copre gli altri suoni. Le forbici, di nuovo gelide.
La lama s'inclina e lascia posto alla punta. Come una matita, disegna le curve della tua scollatura. Abbassi la testa, serrando le mani alla catena. Solletico. O paura. Poi sospiri, quando la punta smette di torturare la tua carne e sale sul tessuto del reggiseno. Ma è un attimo. La senti spingere piano all'altezza del tuo capezzolo. Passa su e giù, lentamente. Ansimi ancora. Paura o piacere? O entrambi?
Senti la mia risatina diabolica. “Ehi porcellina, ti stai già bagnando?”.
Lo strattone, violento, ti fa irrigidire tutta e mugolare più forte. Ho afferrato il tuo perizoma, all'improvviso, e ho tirato all'insù, in modo che s'infilasse tra le tue natiche, e tra le tue grandi labbra.
Rido ancora: “Ecco, così ti asciughi un po'...”.
Hai il fiatone, senti i miei occhi sul tuo petto che sobbalza su e giù, insieme al respiro. Poi, si ferma. Eccola, la lama. Passa sotto la spallina. Zac, la taglia. Senti l'elastico frustarti una spalla. Poi l'altra. Poi la lama è sul tuo stomaco.
Trattieni il respiro, mentre s'intrufola da sotto al centro del reggiseno, tra un seno e l'altro. Taglio lentamente, quasi fino all'ultimo lembo. Poi zac, via tutto. Il reggiseno nero cade tra i tuoi piedi.
Fai un respiro profondo, che fa salire e scendere i tuoi seni nudi. Ti aspetti le mie dita. Ma non le senti.
Invece, riecco la lama. Trattieni di nuovo il respiro. La senti percorrere la curva del tuo seno sinistro. Poi dividersi, in due fiumi di metallo. Poi li senti ancora avvicinarsi, come per fondersi, fino a incontrare un ostacolo, il tuo capezzolo. Non riesci a trattenere un verso di spavento.
“Tranquilla, non posso violare tanta bellezza. Lo sto solo carezzando, come uno scultore carezza il marmo”.
Senti le lame serrarsi un po' di più, senti il dolore, come di un pizzicotto. Vorresti ritrarti, ma non puoi muoverti. E io lo so. Stringo, osservo il capezzolo indurirsi ancora, poi lo lascio. Sospiri, sollevata. Senti la saliva scivolare ai lati della tua bocca. Senti i miei passi allontanarsi un poco.
“Sei carina così. Un capezzolo duro e l'altro no. E quelle mutandine, infilate così dentro...”
Senti i miei passi intorno a te, come se mi godessi il panorama del tuo corpo. E' quello che sto facendo, in effetti. Ti guardo, prima da vicino, poi da lontano, prima di spalle e poi di fronte, attraverso lo specchio. Volgi la testa, come per cercarmi. Ma non puoi vedermi. Solo sentirmi. E quando il mio respiro è di nuovo sulla tua pelle, t'irrigidisci.
“Tranquilla. Voglio solo sapere se sei bagnata” ti sussurro, sopra la spalla. In mano ho ancora le forbici e lo sai. Come se te lo aspettassi, contrai i muscoli delle tue natiche. Un secondo dopo, ecco la lama carezzarti proprio i fianchi. Passa su e giù, paziente. Mentre tu torni a respirare più rapidamente.
Ti guardo allo specchio. I giovani seni si muovono al ritmo della tua ansia, il viso punta verso lo specchio, anche se non puoi vedere nulla, la bocca spalancata per forza mischia il rosso delle labbra al rosso della pallina.
La lama finalmente s'intrufola. E la parte destra del perizoma penzola giù. Poi accade lo stesso con quella sinistra. Ma lui, il perizoma, non scende. Lo strattone di prima lo ha come incastrato dentro di te. Rido forte.
“Bella porcellina, guarda che cosa hai fatto. Sei così bagnata che è rimasto appiccicato?”
Senti la mia mano sulla tua coscia. Poi più in mezzo. Afferro quel che resta del perizoma nero e lo levo via. Un soffio di aria fresca colpisce la tua vagina. Reclini il collo. Ti piace. Poi senti i miei passi. Mi sono allontanato, per contemplarti. E per lasciarti pensare a quello che succede.
Sei nuda, legata, bendata, con la bocca immobilizzata e le guance umide di saliva. Non puoi fare altro che aspettare. Provare ad ascoltare e sperare che l'ansia per quel che accadrà non ti divori. Provi a respirare piano, per captare i rumori. Nessun suono. Solo il tuo respiro. E il mio. E l'attesa che ti uccide.
“Come stai?”
Sono passati lunghi minuti, o forse solo trenta eterni secondi, prima che la mia voce rompesse il silenzio. Mugoli qualcosa, facendo uscire ancora più saliva dai lati della bocca.
“Stai bene?” ti chiedo ancora, mentre con il dorso della mano asciugo un po' della saliva. Senti il mio dito scendere, passare attraverso la linea dei seni, superare lo stomaco e sfiorare l'ombelico, prima di fermarsi laggiù. Veloce, s'infila in mezzo alle tue cosce. In mezzo alle grandi labbra. Carezza il clitoride, prima di scovare il passaggio tra le tue piccole labbra, umide nonostante la paura.
“Eccola, la tua fantasia. Saper trasformare il dolore e l'ansia in piacere ancor più profondo”.
Ti parlo e ti penetro dolcemente, lasciando che il dito si umetti del tuo nettare. “Ti stai fidando di me. Sei costretta a farlo” sussurro, mentre il dito si muove lento dentro e fuori, e il pollice raggiunge il piccolo clitoride trascurato.
“Sei qui, legata, nuda. Ma sai che in fondo a questa strada c'è solo piacere. E il sollievo di aver liberato la tua fantasia”.
L'altra mano afferra il tuo seno, mentre la bocca si tuffa nell'incavo del tuo collo. Hai reclinato la testa, come per invitarmi. Lasci che le sensazioni del mio tatto ti conquistino e ti facciano dimenticare dove sei. E come sei. Lo so, perchè sento i muscoli delle tue cosce contrarsi lentamente. E, quando so che sei pronta, avvicino le labbra al tuo orecchio, bacio e succhio il morbido lobo. Poi ti sussurro: “Aspetta”.
E mi allontano.
Sollevi la testa, vorresti domandarmi che succede. E non puoi. Senti i miei passi allontanarsi.
Click. La porta.
Sto forse uscendo? Ti lascio da sola? Riecco i passi. Sembrano... tanti. Non di una sola persona.
Slam, la porta si chiude.
Senti ancora i passi. Ora sai che non sei sola.
Ti guardo mentre ruoti la testa a destra e a sinistra, per cercare di capire. Ma non vedi nulla. Nemmeno le ombre.
Poi ti volti di scatto. Hai sentito una mano sfiorare la pelle dei tuoi fianchi. Poi ti volti ancora. Un'altra mano. Poi un'altra, un'altra ancora. E un respiro caldo su di te.
Mugoli, ti dimeni. E forse provi a contare le mani. Quattro? Sei? Quante sono? Ora anche i corpi, le labbra.
Un bacio sulla spalla lascia che una guancia ispida di barba ti torturi la pelle.
Una mano infingarda afferra il tuo sesso tra le tue cosce senza pietà.
Un corpo si struscia contro il tuo sedere. Senti il suo cazzo duro accontentarsi di quella carezza ruvida come i suoi pantaloni. Ti muovi, afferri la catena come per sollevarti. Ma sei circondata. Quanti sono? Chi sono?
Uno ti afferra una coscia. E la solleva. Senti un bacio, una lingua. Percorre e bagna l'interno della coscia. Poi sale, rapidamente. Raggiunge presto il tuo angolo più caldo. Senti le sciabolate che la punta della sua lingua dedica al clitoride. Mugoli un poco, non puoi farne a meno. Poi le mani, le dita. Senti qualcuno che ti penetra. Un dito, due, forse tre.
Lasci che sollevino di più la tua gamba, per avere più spazio e penetrarti meglio. O forse per saziare anche i loro occhi. Senti la saliva scivolare lungo il tuo viso, raggiungere il collo. Senti labbra che la catturano. Altre labbra serrarsi sui tuoi capezzoli, morderli, succhiarli, torturarli e compiacerli.
Muovi la testa, inarchi la schiena all'indietro, stringendo le mani sulla catena per tenere l'equilibrio. Altre mani, sulle tue natiche. Senti una presa, forte. Qualcuno ha afferrato l'altra gamba, facendoti sbilanciare. Per un attimo resti sospesa alla catena, uno strattone quasi ti strappa i polsi.
Gemi di dolore, prima che quelle mani ti afferrino più saldamente, reggendoti per la schiena e per le gambe. Vogliono che le tue gambe si protendano in avanti, spalancate il più possibile. Come dal ginecologo, pensi, ma legata, immobilizzata, in balia dei desideri di quattro, cinque, forse sei sconosciuti. E dei miei.
Senti i loro occhi trapanarti da parte a parte, esplorare i tuoi orifizi e i nascondigli segreti del tuo piacere. Poi qualcuno bacia un seno. È come un segnale. Le mani si scatenano, torturando di carezze ogni centimetro della tua pelle. Senti dita penetrarti in profondità e giocare con il tuo clitoride umido.
Mugoli e gemi, e respiri con affanno. E sembra che ogni suono li incoraggi ad osare di più. Senti dita sul perineo, mani divaricare le tue natiche. Un altro dito esplora il buchino più nascosto. Lingue e labbra succhiano il tuo nettare come api golose, baci morbidi e ruvide carezze di barbe lunghe. E titillano ogni millimetro della tua pelle più sensibile.
Guardo le punte dei tuoi piedini sospese nell'aria, contrarsi e vibrare in tutte le direzioni. Tu non sai che io sono l'unico a non partecipare al banchetto, per ora. Sto elevando la mia eccitazione ai massimi livelli, guardando ogni cosa, come un regista davanti alla sua scena preferita. So che l'attesa rende più dolce il momento desiderato. E aspetto.
Tu no. Non aspetti più. Mugoli e sbavi, sotto i mille tocchi delle mille mani. Ti dimeni e ti agiti, mentre l'onda dell'orgasmo ti scuote dal profondo. Il tuo primo orgasmo di oggi, il tuo primo orgasmo di massa.
Sono passati lunghi minuti, o forse solo trenta eterni secondi, prima che la mia voce rompesse il silenzio. Mugoli qualcosa, facendo uscire ancora più saliva dai lati della bocca.
“Stai bene?” ti chiedo ancora, mentre con il dorso della mano asciugo un po' della saliva. Senti il mio dito scendere, passare attraverso la linea dei seni, superare lo stomaco e sfiorare l'ombelico, prima di fermarsi laggiù. Veloce, s'infila in mezzo alle tue cosce. In mezzo alle grandi labbra. Carezza il clitoride, prima di scovare il passaggio tra le tue piccole labbra, umide nonostante la paura.
“Eccola, la tua fantasia. Saper trasformare il dolore e l'ansia in piacere ancor più profondo”.
Ti parlo e ti penetro dolcemente, lasciando che il dito si umetti del tuo nettare. “Ti stai fidando di me. Sei costretta a farlo” sussurro, mentre il dito si muove lento dentro e fuori, e il pollice raggiunge il piccolo clitoride trascurato.
“Sei qui, legata, nuda. Ma sai che in fondo a questa strada c'è solo piacere. E il sollievo di aver liberato la tua fantasia”.
L'altra mano afferra il tuo seno, mentre la bocca si tuffa nell'incavo del tuo collo. Hai reclinato la testa, come per invitarmi. Lasci che le sensazioni del mio tatto ti conquistino e ti facciano dimenticare dove sei. E come sei. Lo so, perchè sento i muscoli delle tue cosce contrarsi lentamente. E, quando so che sei pronta, avvicino le labbra al tuo orecchio, bacio e succhio il morbido lobo. Poi ti sussurro: “Aspetta”.
E mi allontano.
Sollevi la testa, vorresti domandarmi che succede. E non puoi. Senti i miei passi allontanarsi.
Click. La porta.
Sto forse uscendo? Ti lascio da sola? Riecco i passi. Sembrano... tanti. Non di una sola persona.
Slam, la porta si chiude.
Senti ancora i passi. Ora sai che non sei sola.
Ti guardo mentre ruoti la testa a destra e a sinistra, per cercare di capire. Ma non vedi nulla. Nemmeno le ombre.
Poi ti volti di scatto. Hai sentito una mano sfiorare la pelle dei tuoi fianchi. Poi ti volti ancora. Un'altra mano. Poi un'altra, un'altra ancora. E un respiro caldo su di te.
Mugoli, ti dimeni. E forse provi a contare le mani. Quattro? Sei? Quante sono? Ora anche i corpi, le labbra.
Un bacio sulla spalla lascia che una guancia ispida di barba ti torturi la pelle.
Una mano infingarda afferra il tuo sesso tra le tue cosce senza pietà.
Un corpo si struscia contro il tuo sedere. Senti il suo cazzo duro accontentarsi di quella carezza ruvida come i suoi pantaloni. Ti muovi, afferri la catena come per sollevarti. Ma sei circondata. Quanti sono? Chi sono?
Uno ti afferra una coscia. E la solleva. Senti un bacio, una lingua. Percorre e bagna l'interno della coscia. Poi sale, rapidamente. Raggiunge presto il tuo angolo più caldo. Senti le sciabolate che la punta della sua lingua dedica al clitoride. Mugoli un poco, non puoi farne a meno. Poi le mani, le dita. Senti qualcuno che ti penetra. Un dito, due, forse tre.
Lasci che sollevino di più la tua gamba, per avere più spazio e penetrarti meglio. O forse per saziare anche i loro occhi. Senti la saliva scivolare lungo il tuo viso, raggiungere il collo. Senti labbra che la catturano. Altre labbra serrarsi sui tuoi capezzoli, morderli, succhiarli, torturarli e compiacerli.
Muovi la testa, inarchi la schiena all'indietro, stringendo le mani sulla catena per tenere l'equilibrio. Altre mani, sulle tue natiche. Senti una presa, forte. Qualcuno ha afferrato l'altra gamba, facendoti sbilanciare. Per un attimo resti sospesa alla catena, uno strattone quasi ti strappa i polsi.
Gemi di dolore, prima che quelle mani ti afferrino più saldamente, reggendoti per la schiena e per le gambe. Vogliono che le tue gambe si protendano in avanti, spalancate il più possibile. Come dal ginecologo, pensi, ma legata, immobilizzata, in balia dei desideri di quattro, cinque, forse sei sconosciuti. E dei miei.
Senti i loro occhi trapanarti da parte a parte, esplorare i tuoi orifizi e i nascondigli segreti del tuo piacere. Poi qualcuno bacia un seno. È come un segnale. Le mani si scatenano, torturando di carezze ogni centimetro della tua pelle. Senti dita penetrarti in profondità e giocare con il tuo clitoride umido.
Mugoli e gemi, e respiri con affanno. E sembra che ogni suono li incoraggi ad osare di più. Senti dita sul perineo, mani divaricare le tue natiche. Un altro dito esplora il buchino più nascosto. Lingue e labbra succhiano il tuo nettare come api golose, baci morbidi e ruvide carezze di barbe lunghe. E titillano ogni millimetro della tua pelle più sensibile.
Guardo le punte dei tuoi piedini sospese nell'aria, contrarsi e vibrare in tutte le direzioni. Tu non sai che io sono l'unico a non partecipare al banchetto, per ora. Sto elevando la mia eccitazione ai massimi livelli, guardando ogni cosa, come un regista davanti alla sua scena preferita. So che l'attesa rende più dolce il momento desiderato. E aspetto.
Tu no. Non aspetti più. Mugoli e sbavi, sotto i mille tocchi delle mille mani. Ti dimeni e ti agiti, mentre l'onda dell'orgasmo ti scuote dal profondo. Il tuo primo orgasmo di oggi, il tuo primo orgasmo di massa.
Le mani si placano, lentamente, rallentando il ritmo insieme al tuo respiro. Chi ti teneva sollevata, altrettanto lentamente, riaccompagna i tuoi piedini sul tappeto.
Sei di nuovo in piedi. Sempre bendata, sempre nuda, sempre immobilizzata, sempre in balia dei desideri degli sconosciuti che hai intorno.
Senti il caldo umido della tua figa pulsare tra le tue gambe. Il tepore e il nettare e la saliva altrui bagna anche le tue cosce adesso. Ti lasci cadere un po' in avanti, appoggiandoti ai polsi. Sospiri. La smorfia della tua bocca innaturalmente spalancata sembra quasi tranquilla, adesso.
Poi il silenzio che è tornato ti fa ritornare l'ansia. Immagini che non sia abbastanza. Che io non ne abbia avuto abbastanza. E neanche gli altri. Volti la testa in tutte le direzioni, alla ricerca di un rumore che ti faccia capire di più. Ma invano.
Passa molto tempo, prima che i passi, i miei passi (ma tu non puoi saperlo) ridestino la tua attenzione e la tua paura. Senti un rumore. Un mobile che si apre. Forse il solito cassetto. Poi senti un corpo vicino al tuo.
“Sono io” ti sussurro, accanto all'orecchio.
Volti la testa verso di me. Ti sfioro appena, mentre armeggio attorno alla catena che ti lega. Un colpo secco, un rumore di metallo e le tue braccia cadono più giù, un poco più libere. Pieghi i gomiti anchilosati, muovi le punte delle dita. Poi provi ad allungare le braccia, per scoprire fino a dove arriva la tua nuova libertà.
“No, ferma baby. Dove credi di andare?”
Volti di nuovo la testa verso di me. Io rispondo carezzandoti il collo. Sembra una coccola. Ma non lo è. Lo stringo più forte, e spingo il tuo busto all'ingiù, in avanti. Pieghi le gambe, per istinto, ma io ti fermo.
“No! Devi stare in piedi, solo chinata in avanti: Ecco, così...”.
Obbedisci, piegata a novanta gradi verso il nulla, mentre io risistemo la catena, in modo che le tue braccia siano di nuovo tese verso l'alto. I tuoi seni esplodono in fuori, spinti dai muscoli del petto troppo tesi, in questa posizione ancora più scomoda della precedente. E poi dietro...
Sei esposta, pronta a diventare oggetto di piacere. Loro ti hanno dato l'orgasmo prima, stai pensando. Ora vorranno la loro parte di divertimento. Ma, mentre pensi, è tornato il silenzio. Solo qualche passo, di tanto in tanto, lo rompe. Credi di sentire i loro occhi che ti guardano. Ti scrutano, violentando ogni intimità. Li senti dietro di te, che frugano tra le natiche e poi più sotto, dove le grandi labbra si intravedono appena, dolce aperitivo di qualcosa di più desiderabile.
Dopo i passi, ecco di nuovo il cassetto. E poi i passi si avvicinano. Senti una mano posarsi sulla natica sinistra, poi intrufolarsi nel solco del tuo sedere, fino a raggiungere il buchino.
“Chinati di più, non voglio farti male”.
E' la mia voce. Il tuo respiro più rapido mi dice che hai paura. Male? Quanto male? La prima cosa che senti è una sensazione di umido, proprio sul buchino. Acqua. Forse saliva. Ma è più fredda.
“Lubrificante” dico, conoscendo la tua domanda.
Lubrificante... stai per essere penetrata. Ma da chi? O da cosa
Un clic mette in moto un ronzio. Prima lontano, poi più vicino. Senti qualcosa di gomma, o di plastica, vibrare sulla tua guancia. Ha una strana forma sottile. Ma senti anche qualcosa di arrotondato. Un vibratore. Strano.
“Ti ho mentito prima, porcellina”, cantilena la mia voce. “C'era un altro giocattolo in serbo per te. È come un fallo finto. Ma somiglia anche a una collana di perle. È sottile”.
E, mentre pronuncio la piccola descrizione, senti la punta affusolata del vibratore spingere contro il tuo buchino.
“Ma ha tante perline”. E la puntina è seguita da un ostacolo, più spesso. Senti la mia spinta. E lo senti dentro di te.
“Prima piccole...” Un'altra pallina, che entra più a fatica.
“Poi un po' più grandi...” Un'altra, e un'altra ancora. La più grande di tutti.
“E, come hai sentito, si muove da solo”.
L'arnese ti ha penetrato in profondità. E vibra dentro di te, mosso appena dalla mia mano. Poi lo lascio. Senti i miei passi che si allontanano, nel sottofondo del ronzio. Poi senti qualche risatina. Provi a immaginarti: sei chinata in avanti, esposta, senza pudore, con un vibratore che si muove dentro il tuo culo.
“Più che una porcellina, sembri un torello. E il torero ha appena infilato la sua banderilla”.
Risate, più forti. Quante? Non riesci a contarle. Il ronzio ti distrae, insieme al sottile dolore del tuo ano penetrato dal vibratore. E, devi ammetterlo, ai piacevoli stimoli di quelle vibrazioni.
“Guardala, la torellina... sembra che le piaccia”.
Altre risate, altre voci sconosciute. Muovi appena le gambe, divaricandole ancora un poco. Le braccia ti fanno male, i muscoli sono contratti in posizione innaturale da troppo tempo. Invocheresti aiuto, se solo potessi parlare. Invece tutto quello che esce è un mugolìo. Altre risate. Ridono di te, dei tuoi versi strani.
Poi i passi. Si avvicinano. Senti la prima mano sul tuo viso, stringerti le guance tra pollice e indice e poi sollevarti il volto. Un'altra mano raggiunge un seno. La stretta è forte, di una mano grande. Mugoli di dolore e ti ritrai per istinto. Ma contrai troppo i muscoli delle gambe. E il vibratore ti fa più male. Capisci che devi controllarti, stare ferma. Sai che ti conviene, mentre le mani si moltiplicano. E con esse le piccole torture. Senti due dita torcerti un capezzolo, come se volessero svitarlo. Gemi per il male, ma stai ferma, per non provarne di più. Qualcuno ti afferra i capelli, li tira all'indietro per farti sollevare la testa.
“Ti piace, vero porcellina? Fammi sentire che ti piace”.
Ce la metti tutta, dietro quella pallina rossa, per emettere un suono che soddisfi il padrone di quella voce sconosciuta. Esce un “mmmmm” strozzato, ma è abbastanza, perchè lui molla la presa.
Ti concentri sulle mani che ti torturano. Unghie che percorrono le natiche, dita che esplorano il tuo sesso, raggiungono il clito e lo stancano di pizzicotti. Altre dita che afferrano le tue piccole labbra e le strattonano, come se volessero strapparle via da te, per ricordo. Ancora dita, che ti penetrano in profondità. Senti il corpo di qualcuno accanto alle tue gambe tese, come se si fosse accovacciato per raggiungere meglio il suo oggetto del desiderio. Senti le sue mani spostare le tue gambe all'infuori, perchè abbia più spazio.
Senti i tocchi e le prese moltiplicarsi, e cominci ad ammettere con te stessa che esiste un'altra sensazione, insieme al dolore e alla paura. Tutti quei centimetri di te stimolati stanno reagendo, e stanno facendoti reagire. Senti il nettare del tuo sesso tornare a farsi strada sulle dita dei tuoi torturatori.
Poi dipingi la scena: tutti quei maschi sconosciuti intorno a te, solo per te. E ti eccita, oh sì, ti eccita.
Io lo capisco vedendo la tua testa muoversi senza meta, i tuoi capelli ondeggiare intorno alla sciarpa di seta che ti copre gli occhi.
Mi godo la scena, e quasi mi dispiace che tu non possa farlo. Ma quando sento il tuo orgasmo, un urlo violento strozzato dalla pallina rossa, capisco che non ne hai bisogno, che la tua fantasia ha fatto il resto.
Ti agiti, scossa dal piacere e dal dolore, mentre le mani proseguono la tortura noncuranti del tuo clitoride diventato improvvisamente ipersensibile. Urli ancora, tra dolore e estasi, senza poter pronunciare parole.
Né un “grazie, né un “basta”.
Sei di nuovo in piedi. Sempre bendata, sempre nuda, sempre immobilizzata, sempre in balia dei desideri degli sconosciuti che hai intorno.
Senti il caldo umido della tua figa pulsare tra le tue gambe. Il tepore e il nettare e la saliva altrui bagna anche le tue cosce adesso. Ti lasci cadere un po' in avanti, appoggiandoti ai polsi. Sospiri. La smorfia della tua bocca innaturalmente spalancata sembra quasi tranquilla, adesso.
Poi il silenzio che è tornato ti fa ritornare l'ansia. Immagini che non sia abbastanza. Che io non ne abbia avuto abbastanza. E neanche gli altri. Volti la testa in tutte le direzioni, alla ricerca di un rumore che ti faccia capire di più. Ma invano.
Passa molto tempo, prima che i passi, i miei passi (ma tu non puoi saperlo) ridestino la tua attenzione e la tua paura. Senti un rumore. Un mobile che si apre. Forse il solito cassetto. Poi senti un corpo vicino al tuo.
“Sono io” ti sussurro, accanto all'orecchio.
Volti la testa verso di me. Ti sfioro appena, mentre armeggio attorno alla catena che ti lega. Un colpo secco, un rumore di metallo e le tue braccia cadono più giù, un poco più libere. Pieghi i gomiti anchilosati, muovi le punte delle dita. Poi provi ad allungare le braccia, per scoprire fino a dove arriva la tua nuova libertà.
“No, ferma baby. Dove credi di andare?”
Volti di nuovo la testa verso di me. Io rispondo carezzandoti il collo. Sembra una coccola. Ma non lo è. Lo stringo più forte, e spingo il tuo busto all'ingiù, in avanti. Pieghi le gambe, per istinto, ma io ti fermo.
“No! Devi stare in piedi, solo chinata in avanti: Ecco, così...”.
Obbedisci, piegata a novanta gradi verso il nulla, mentre io risistemo la catena, in modo che le tue braccia siano di nuovo tese verso l'alto. I tuoi seni esplodono in fuori, spinti dai muscoli del petto troppo tesi, in questa posizione ancora più scomoda della precedente. E poi dietro...
Sei esposta, pronta a diventare oggetto di piacere. Loro ti hanno dato l'orgasmo prima, stai pensando. Ora vorranno la loro parte di divertimento. Ma, mentre pensi, è tornato il silenzio. Solo qualche passo, di tanto in tanto, lo rompe. Credi di sentire i loro occhi che ti guardano. Ti scrutano, violentando ogni intimità. Li senti dietro di te, che frugano tra le natiche e poi più sotto, dove le grandi labbra si intravedono appena, dolce aperitivo di qualcosa di più desiderabile.
Dopo i passi, ecco di nuovo il cassetto. E poi i passi si avvicinano. Senti una mano posarsi sulla natica sinistra, poi intrufolarsi nel solco del tuo sedere, fino a raggiungere il buchino.
“Chinati di più, non voglio farti male”.
E' la mia voce. Il tuo respiro più rapido mi dice che hai paura. Male? Quanto male? La prima cosa che senti è una sensazione di umido, proprio sul buchino. Acqua. Forse saliva. Ma è più fredda.
“Lubrificante” dico, conoscendo la tua domanda.
Lubrificante... stai per essere penetrata. Ma da chi? O da cosa
Un clic mette in moto un ronzio. Prima lontano, poi più vicino. Senti qualcosa di gomma, o di plastica, vibrare sulla tua guancia. Ha una strana forma sottile. Ma senti anche qualcosa di arrotondato. Un vibratore. Strano.
“Ti ho mentito prima, porcellina”, cantilena la mia voce. “C'era un altro giocattolo in serbo per te. È come un fallo finto. Ma somiglia anche a una collana di perle. È sottile”.
E, mentre pronuncio la piccola descrizione, senti la punta affusolata del vibratore spingere contro il tuo buchino.
“Ma ha tante perline”. E la puntina è seguita da un ostacolo, più spesso. Senti la mia spinta. E lo senti dentro di te.
“Prima piccole...” Un'altra pallina, che entra più a fatica.
“Poi un po' più grandi...” Un'altra, e un'altra ancora. La più grande di tutti.
“E, come hai sentito, si muove da solo”.
L'arnese ti ha penetrato in profondità. E vibra dentro di te, mosso appena dalla mia mano. Poi lo lascio. Senti i miei passi che si allontanano, nel sottofondo del ronzio. Poi senti qualche risatina. Provi a immaginarti: sei chinata in avanti, esposta, senza pudore, con un vibratore che si muove dentro il tuo culo.
“Più che una porcellina, sembri un torello. E il torero ha appena infilato la sua banderilla”.
Risate, più forti. Quante? Non riesci a contarle. Il ronzio ti distrae, insieme al sottile dolore del tuo ano penetrato dal vibratore. E, devi ammetterlo, ai piacevoli stimoli di quelle vibrazioni.
“Guardala, la torellina... sembra che le piaccia”.
Altre risate, altre voci sconosciute. Muovi appena le gambe, divaricandole ancora un poco. Le braccia ti fanno male, i muscoli sono contratti in posizione innaturale da troppo tempo. Invocheresti aiuto, se solo potessi parlare. Invece tutto quello che esce è un mugolìo. Altre risate. Ridono di te, dei tuoi versi strani.
Poi i passi. Si avvicinano. Senti la prima mano sul tuo viso, stringerti le guance tra pollice e indice e poi sollevarti il volto. Un'altra mano raggiunge un seno. La stretta è forte, di una mano grande. Mugoli di dolore e ti ritrai per istinto. Ma contrai troppo i muscoli delle gambe. E il vibratore ti fa più male. Capisci che devi controllarti, stare ferma. Sai che ti conviene, mentre le mani si moltiplicano. E con esse le piccole torture. Senti due dita torcerti un capezzolo, come se volessero svitarlo. Gemi per il male, ma stai ferma, per non provarne di più. Qualcuno ti afferra i capelli, li tira all'indietro per farti sollevare la testa.
“Ti piace, vero porcellina? Fammi sentire che ti piace”.
Ce la metti tutta, dietro quella pallina rossa, per emettere un suono che soddisfi il padrone di quella voce sconosciuta. Esce un “mmmmm” strozzato, ma è abbastanza, perchè lui molla la presa.
Ti concentri sulle mani che ti torturano. Unghie che percorrono le natiche, dita che esplorano il tuo sesso, raggiungono il clito e lo stancano di pizzicotti. Altre dita che afferrano le tue piccole labbra e le strattonano, come se volessero strapparle via da te, per ricordo. Ancora dita, che ti penetrano in profondità. Senti il corpo di qualcuno accanto alle tue gambe tese, come se si fosse accovacciato per raggiungere meglio il suo oggetto del desiderio. Senti le sue mani spostare le tue gambe all'infuori, perchè abbia più spazio.
Senti i tocchi e le prese moltiplicarsi, e cominci ad ammettere con te stessa che esiste un'altra sensazione, insieme al dolore e alla paura. Tutti quei centimetri di te stimolati stanno reagendo, e stanno facendoti reagire. Senti il nettare del tuo sesso tornare a farsi strada sulle dita dei tuoi torturatori.
Poi dipingi la scena: tutti quei maschi sconosciuti intorno a te, solo per te. E ti eccita, oh sì, ti eccita.
Io lo capisco vedendo la tua testa muoversi senza meta, i tuoi capelli ondeggiare intorno alla sciarpa di seta che ti copre gli occhi.
Mi godo la scena, e quasi mi dispiace che tu non possa farlo. Ma quando sento il tuo orgasmo, un urlo violento strozzato dalla pallina rossa, capisco che non ne hai bisogno, che la tua fantasia ha fatto il resto.
Ti agiti, scossa dal piacere e dal dolore, mentre le mani proseguono la tortura noncuranti del tuo clitoride diventato improvvisamente ipersensibile. Urli ancora, tra dolore e estasi, senza poter pronunciare parole.
Né un “grazie, né un “basta”.
Lo faccio io per te. Batto le mani due volte. Un segnale, tu pensi. Ed è così. Tutti smettono di colpo di starti intorno. Senti i loro passi allontanarsi piano. Senti anche i loro occhi contemplare il tuo corpo sfatto e deformato dalla posizione impossibile. Forse speri che ne abbiano abbastanza. O forse no.
Rieccoli, i passi. “Sono io” bisbiglio, mentre ti passo accanto.
Spengo il vibratore, lo estraggo piano dal tuo culo. Guardo il buchino allargarsi per lasciargli spazio, poi tornare alla sua forma naturale, solo un po' arrossato.
Cingo la tua vita con le mie mani e ti aiuto a sollevarti, piano, perchè t'immagino indolenzita. In piedi, con i tuoi muscoli intirizziti e i tuoi orifizi doloranti, stendi e contrai le braccia, per provare a riprenderti un poco. Senti le mie dita liberare i tuoi polsi dalle fibbie.
“Non muoverti dal tappeto” mi affretto a dirti. Capisci che non è finita. E non riesci a immaginare che cos'altro ho pensato per te.
“Ora riposati un po'. In ginocchio!”.
Accompagno l'ordine che non ammette repliche, guidandoti giù sul tappeto rosso. La lana solletica le tue gambe. Vorresti sederti, ma sai che non puoi prendere iniziative.
Carezzo i tuoi capelli. Forse per stanchezza o forse per chiedermi clemenza, abbandoni la testa sulla mia mano. Poi la mano scende, sulla nuca, sul collo, sulla spalla, lungo un braccio. Improvvisamente senti la mia presa su un polso, e una torsione che guida il tuo braccio dietro la schiena. Gemi, per la tensione inattesa. Poi senti di nuovo il cuoio delle manette di pelle, quelle che pendevano dalla catena e ora sono libere. E, da libere, stanno per imprigionarti ancora. Afferro l'altro polso, e lo lego dietro la tua schiena.
Senti i miei passi. Ti sto guardando, e lo sai. I tuoi seni fieramente diritti, sul tuo petto proteso in fuori dalla posizione ancora una volta innaturale. I miei passi disegnano un cerchio intorno a te. Quando sono alle tue spalle, si fermano. Senti una mano afferrare i capelli, spingerti giù, più giù, fino a che la faccia raggiunge il tepore ruvido del tappeto rosso. Ti appoggi con una guancia, cercando una posizione per respirare.
“Brava, porcellina. Ora devo solo decidere come farti mia”.
Mentre senti queste parole, una mano sfiora le tue natiche, prima una e poi l'altra, e infine raggiunge facilmente la figa, nuovamente esposta tra le tue cosce, ancora umida del precedente orgasmo.
“Ora diventerai regina, la regina del piacere”.
Le tue mani, protese all'altezza dei tuoi lombi, sentono qualcosa. Muovi le dita. Riconosci un cazzo. Duro. Vorresti ritrarti ma non puoi. Sfiori la punta e scendi più giù. Trovi la pelle ancora avviluppata attorno alla base della cappella. Lo senti reagire al tuo tocco, indurirsi e contrarsi, puntando all'insù. Immagini che sia l'ultima prova. Essere posseduta da me. Ma gli altri?
Mentre ci pensi, il cazzo si allontana, per poi ricomparire più giù, puntato sulla tua figa tiepida e bagnata. Senti la punta scavare dolcemente su e giù, bagnarsi dei tuoi stessi umori. Senti una mano sfiorarti la pelle sensibile lì dietro, mentre guida il cazzo alla sua meta.
Alla fine lo senti entrare. Lentamente, molto lentamente. Ma in profondità, fino a quando la pelle delle mie gambe e il tessuto dei miei pantaloni abbassati raggiunge le tue cosce.
Mi senti dentro, ma non mi muovo. E ti chiedi perchè. Poi senti un rumore. Click. Come un interruttore. Ora una mano, da dietro. Ho afferrato ancora i tuoi capelli e ti sto sollevando con forza la testa. Mugoli, mentre sollevi il busto, per non sentire tanto male. La testa protesa in avanti, il busto inarcato all'indietro, senti ancora una mano attorno alle tempie. Sta muovendo la sciarpa, sollevandola appena, solo per scoprire i tuoi occhi.
Li riapri. E vedi la stanza buia. Poi, all'improvviso, una luce fortissima ti abbaglia. Per qualche secondo non ti dà tregua, facendoti lacrimare gli occhi. Poi si sposta, puntando sul tuo busto. Capisci che è una torcia elettrica. E capisci che tu sei sul palcoscenico, e gli altri sconosciuti sono gli spettatori.
Poi la torcia si sposta, inquadra il tappeto rosso, si muove un po' sul pavimento e raggiunge una serie di scarpe. Gli sconosciuti, schierati di fronte a te. Attorno alle scarpe, alle caviglie, ci sono i pantaloni abbassati.
La luce sale. Gambe pelose. Ginocchia. Non puoi distogliere lo sguardo perchè la mia mano ferma ti costringe a guardare. Ma la tua curiosità non te lo farebbe distogliere comunque.
Cosce pelose, qualcuna sottile, qualcuna muscolosa. E poi mani che circondano i cazzi eretti, che titillano le palle rigonfie, che si muovono facendo oscillare le cappelle. Senti molti occhi su di te, quelli dei padroni e i buchini sulla sommità dei cazzi, piccoli occhietti buffi.
“Capisci perchè sei la regina?” La mia voce rompe il silenzio. “Sei tu che hai provocato tutto questo. Contali: cinque cazzi eccitati all'inverosimile, dieci testicoli pieni di sperma che tu, solo tu, hai fatto secernere. Tu sei stata la porcellina che li ha fatti impazzire. Tu sei stata la principessa delle loro fantasie. E ora che non resistono più, tu sarai quella che li libererà dalla schiavitù del desiderio. Sono loro i tuoi schiavi, perchè in questo momento non hanno altro in mente che te. Tu hai fatto scorrere tutto il loro sangue ai loro membri, allontanandolo dalla loro mente, annichilendo i loro pensieri. Loro sono solo carne e desiderio, adesso. E tu sei la fatina che ha compiuto l'incantesimo”.
Senti male alla schiena e al collo, per la posizione terribile, per i capelli che sembrano strapparsi dalla testa. Però guardi la scena che l'occhio di bue della torcia non smette d'inquadrare. Vedi le prime gocce di seme brillare sulle loro cappelle, spalmate dai movimenti delle loro dita sul rosso vivo che la pelle non riesce più a coprire.
Non chiudi gli occhi, nemmeno quando le mie dita riprendono a giocare con il tuo clitoride, scavando chissà come fino alle tue cosce, mentre il mio membro resta fermo dentro di te. E tu, con i piccoli movimenti del tuo bacino, lo abbracci un po' di più.
“Vedi, regina, anche io sono tuo schiavo adesso. Anche io come loro desidero solo te. Desidero dedicarti il mio orgasmo. E solo tu sei colei che lo può suscitare. Senti il mio cazzo eretto dentro di te, duro come non lo è mai stato? Sei stata tu a compiere anche questo incantesimo”.
Mentre parlo, uno degli sconosciuti si avvicina. Geme e mugola come chi sta perdendo il controllo, e muove la sua mano sempre più veloce. Indirizza il suo cazzo verso il tuo viso. E, con un ruggito da animale, lascia che sparga il suo seme sulla tua guancia.
Senti la prima goccia calda atterrare, poi la seconda e la terza. La quarta atterra sul collo, mentre il primo fluido scende giù a mischiarsi con la saliva che ancora scende dai lati della tua bocca.
“E ora sei incantesimi si compiranno in sequenza. Questo è solo il primo”.
Un altro sconosciuto si avvicina mugolando, con il suo cazzo lungo e sottile. Chiudi gli occhi, prima che lo schizzo li colpisca. Senti le gocce appiccicose sul lembo di fronte lasciato libero dalla sciarpa. E sui capelli.
Il terzo quasi si sdraia sotto di te, urlando di piacere incontrollato, pur di centrare, con il suo seme, i tuoi seni. E, quando ha finito, struscia la cappella sui tuoi capezzoli, per lasciarti anche l'ultima, piccola gocciolina.
Il quarto si avvicina alla tua bocca. E lo sperma si mescola subito alla tua saliva, sul lato delle labbra stanche di dover stringere la pallina di plastica rossa.
Il quinto preferisce lasciarti guardare. E spreme lentamente il suo seme sulla sua stessa mano, ripiegata a conca proprio davanti i tuoi occhi. Lo vedi fluire, fino a formare una piccola pozzanghera biancastra. E poi sparire. La torcia si spegne, e senti due mani calare di nuovo la benda sui tuoi occhi. Alle tue spalle, non avevo mai smesso di penetrarti, stimolando il tuo clito.
“Ora il sesto incantesimo si compirà. Ma prima vorrei ringraziare la mia regina, con un ultimo orgasmo”.
Ripensi alla scena, ripensi alle mie parole, sento i muscoli della tua vagina contrarsi naturalmente, fuori dal tuo controllo. Sì, eri tu la regina, colei che ha il potere di fare perdere il controllo agli uomini, donando le magie del suo corpo. Sì, la regina, la regina... mugoli, mentre vieni per la terza volta, sulle mie dita e intorno al mio cazzo.
Mi godo le onde del tuo corpo che si contrae e si rilassa, al ritmo del piacere. Poi lascio uscire il membro, lo afferro in una mano e, rapidamente, rumorosamente, spruzzo il mio orgasmo su di te. “Sì, regina... sì, sì...”.
Rieccoli, i passi. “Sono io” bisbiglio, mentre ti passo accanto.
Spengo il vibratore, lo estraggo piano dal tuo culo. Guardo il buchino allargarsi per lasciargli spazio, poi tornare alla sua forma naturale, solo un po' arrossato.
Cingo la tua vita con le mie mani e ti aiuto a sollevarti, piano, perchè t'immagino indolenzita. In piedi, con i tuoi muscoli intirizziti e i tuoi orifizi doloranti, stendi e contrai le braccia, per provare a riprenderti un poco. Senti le mie dita liberare i tuoi polsi dalle fibbie.
“Non muoverti dal tappeto” mi affretto a dirti. Capisci che non è finita. E non riesci a immaginare che cos'altro ho pensato per te.
“Ora riposati un po'. In ginocchio!”.
Accompagno l'ordine che non ammette repliche, guidandoti giù sul tappeto rosso. La lana solletica le tue gambe. Vorresti sederti, ma sai che non puoi prendere iniziative.
Carezzo i tuoi capelli. Forse per stanchezza o forse per chiedermi clemenza, abbandoni la testa sulla mia mano. Poi la mano scende, sulla nuca, sul collo, sulla spalla, lungo un braccio. Improvvisamente senti la mia presa su un polso, e una torsione che guida il tuo braccio dietro la schiena. Gemi, per la tensione inattesa. Poi senti di nuovo il cuoio delle manette di pelle, quelle che pendevano dalla catena e ora sono libere. E, da libere, stanno per imprigionarti ancora. Afferro l'altro polso, e lo lego dietro la tua schiena.
Senti i miei passi. Ti sto guardando, e lo sai. I tuoi seni fieramente diritti, sul tuo petto proteso in fuori dalla posizione ancora una volta innaturale. I miei passi disegnano un cerchio intorno a te. Quando sono alle tue spalle, si fermano. Senti una mano afferrare i capelli, spingerti giù, più giù, fino a che la faccia raggiunge il tepore ruvido del tappeto rosso. Ti appoggi con una guancia, cercando una posizione per respirare.
“Brava, porcellina. Ora devo solo decidere come farti mia”.
Mentre senti queste parole, una mano sfiora le tue natiche, prima una e poi l'altra, e infine raggiunge facilmente la figa, nuovamente esposta tra le tue cosce, ancora umida del precedente orgasmo.
“Ora diventerai regina, la regina del piacere”.
Le tue mani, protese all'altezza dei tuoi lombi, sentono qualcosa. Muovi le dita. Riconosci un cazzo. Duro. Vorresti ritrarti ma non puoi. Sfiori la punta e scendi più giù. Trovi la pelle ancora avviluppata attorno alla base della cappella. Lo senti reagire al tuo tocco, indurirsi e contrarsi, puntando all'insù. Immagini che sia l'ultima prova. Essere posseduta da me. Ma gli altri?
Mentre ci pensi, il cazzo si allontana, per poi ricomparire più giù, puntato sulla tua figa tiepida e bagnata. Senti la punta scavare dolcemente su e giù, bagnarsi dei tuoi stessi umori. Senti una mano sfiorarti la pelle sensibile lì dietro, mentre guida il cazzo alla sua meta.
Alla fine lo senti entrare. Lentamente, molto lentamente. Ma in profondità, fino a quando la pelle delle mie gambe e il tessuto dei miei pantaloni abbassati raggiunge le tue cosce.
Mi senti dentro, ma non mi muovo. E ti chiedi perchè. Poi senti un rumore. Click. Come un interruttore. Ora una mano, da dietro. Ho afferrato ancora i tuoi capelli e ti sto sollevando con forza la testa. Mugoli, mentre sollevi il busto, per non sentire tanto male. La testa protesa in avanti, il busto inarcato all'indietro, senti ancora una mano attorno alle tempie. Sta muovendo la sciarpa, sollevandola appena, solo per scoprire i tuoi occhi.
Li riapri. E vedi la stanza buia. Poi, all'improvviso, una luce fortissima ti abbaglia. Per qualche secondo non ti dà tregua, facendoti lacrimare gli occhi. Poi si sposta, puntando sul tuo busto. Capisci che è una torcia elettrica. E capisci che tu sei sul palcoscenico, e gli altri sconosciuti sono gli spettatori.
Poi la torcia si sposta, inquadra il tappeto rosso, si muove un po' sul pavimento e raggiunge una serie di scarpe. Gli sconosciuti, schierati di fronte a te. Attorno alle scarpe, alle caviglie, ci sono i pantaloni abbassati.
La luce sale. Gambe pelose. Ginocchia. Non puoi distogliere lo sguardo perchè la mia mano ferma ti costringe a guardare. Ma la tua curiosità non te lo farebbe distogliere comunque.
Cosce pelose, qualcuna sottile, qualcuna muscolosa. E poi mani che circondano i cazzi eretti, che titillano le palle rigonfie, che si muovono facendo oscillare le cappelle. Senti molti occhi su di te, quelli dei padroni e i buchini sulla sommità dei cazzi, piccoli occhietti buffi.
“Capisci perchè sei la regina?” La mia voce rompe il silenzio. “Sei tu che hai provocato tutto questo. Contali: cinque cazzi eccitati all'inverosimile, dieci testicoli pieni di sperma che tu, solo tu, hai fatto secernere. Tu sei stata la porcellina che li ha fatti impazzire. Tu sei stata la principessa delle loro fantasie. E ora che non resistono più, tu sarai quella che li libererà dalla schiavitù del desiderio. Sono loro i tuoi schiavi, perchè in questo momento non hanno altro in mente che te. Tu hai fatto scorrere tutto il loro sangue ai loro membri, allontanandolo dalla loro mente, annichilendo i loro pensieri. Loro sono solo carne e desiderio, adesso. E tu sei la fatina che ha compiuto l'incantesimo”.
Senti male alla schiena e al collo, per la posizione terribile, per i capelli che sembrano strapparsi dalla testa. Però guardi la scena che l'occhio di bue della torcia non smette d'inquadrare. Vedi le prime gocce di seme brillare sulle loro cappelle, spalmate dai movimenti delle loro dita sul rosso vivo che la pelle non riesce più a coprire.
Non chiudi gli occhi, nemmeno quando le mie dita riprendono a giocare con il tuo clitoride, scavando chissà come fino alle tue cosce, mentre il mio membro resta fermo dentro di te. E tu, con i piccoli movimenti del tuo bacino, lo abbracci un po' di più.
“Vedi, regina, anche io sono tuo schiavo adesso. Anche io come loro desidero solo te. Desidero dedicarti il mio orgasmo. E solo tu sei colei che lo può suscitare. Senti il mio cazzo eretto dentro di te, duro come non lo è mai stato? Sei stata tu a compiere anche questo incantesimo”.
Mentre parlo, uno degli sconosciuti si avvicina. Geme e mugola come chi sta perdendo il controllo, e muove la sua mano sempre più veloce. Indirizza il suo cazzo verso il tuo viso. E, con un ruggito da animale, lascia che sparga il suo seme sulla tua guancia.
Senti la prima goccia calda atterrare, poi la seconda e la terza. La quarta atterra sul collo, mentre il primo fluido scende giù a mischiarsi con la saliva che ancora scende dai lati della tua bocca.
“E ora sei incantesimi si compiranno in sequenza. Questo è solo il primo”.
Un altro sconosciuto si avvicina mugolando, con il suo cazzo lungo e sottile. Chiudi gli occhi, prima che lo schizzo li colpisca. Senti le gocce appiccicose sul lembo di fronte lasciato libero dalla sciarpa. E sui capelli.
Il terzo quasi si sdraia sotto di te, urlando di piacere incontrollato, pur di centrare, con il suo seme, i tuoi seni. E, quando ha finito, struscia la cappella sui tuoi capezzoli, per lasciarti anche l'ultima, piccola gocciolina.
Il quarto si avvicina alla tua bocca. E lo sperma si mescola subito alla tua saliva, sul lato delle labbra stanche di dover stringere la pallina di plastica rossa.
Il quinto preferisce lasciarti guardare. E spreme lentamente il suo seme sulla sua stessa mano, ripiegata a conca proprio davanti i tuoi occhi. Lo vedi fluire, fino a formare una piccola pozzanghera biancastra. E poi sparire. La torcia si spegne, e senti due mani calare di nuovo la benda sui tuoi occhi. Alle tue spalle, non avevo mai smesso di penetrarti, stimolando il tuo clito.
“Ora il sesto incantesimo si compirà. Ma prima vorrei ringraziare la mia regina, con un ultimo orgasmo”.
Ripensi alla scena, ripensi alle mie parole, sento i muscoli della tua vagina contrarsi naturalmente, fuori dal tuo controllo. Sì, eri tu la regina, colei che ha il potere di fare perdere il controllo agli uomini, donando le magie del suo corpo. Sì, la regina, la regina... mugoli, mentre vieni per la terza volta, sulle mie dita e intorno al mio cazzo.
Mi godo le onde del tuo corpo che si contrae e si rilassa, al ritmo del piacere. Poi lascio uscire il membro, lo afferro in una mano e, rapidamente, rumorosamente, spruzzo il mio orgasmo su di te. “Sì, regina... sì, sì...”.
Le ultime gocce di sperma sono sulle tue mani e sulla tua schiena. Hai appoggiato di nuovo il viso al tappeto, spossata. Ora immagini che sia finita.
Hai sentito click, quello della porta. E poi slam, la porta che si è richiusa. Senti i passi di una persona sola. Respiri lentamente, senza più affanno, intorpidita come dopo due tequilas buttate giù di un fiato. Ti brucia lo stomaco. Ed anche altre parti del tuo corpo.
Pensi al frustino, che ti sembrava di desiderare. E stai per pensare a quello che è successo, quando arriva un altro click, quello della luce. E, subito dopo, le mie mani ti liberano. Prima i polsi, e tu subito ti appoggi sulle braccia per riuscire, finalmente a sederti sul tappeto. Poi la benda.
La luce è forte, e quasi non mi riconosci, abbagliata dopo tanto buio. Ho un accappatoio. Lo getto sul tuo corpo nudo. Tu lo afferri, e lo sistemi alla meglio su di te, improvvisamente pudica.
“Quella è la doccia” ti dico, indicando una porta. “Ora tutto ti sembrerà solo un sogno. E, forse, è meglio così”. Mi guardi allontanarmi verso la porta della stanza.
Senti click, incroci i miei occhi ancora per un istante (“Il mio numero lo sai, a presto”), prima di sentire slam. E poi basta.
Hai sentito click, quello della porta. E poi slam, la porta che si è richiusa. Senti i passi di una persona sola. Respiri lentamente, senza più affanno, intorpidita come dopo due tequilas buttate giù di un fiato. Ti brucia lo stomaco. Ed anche altre parti del tuo corpo.
Pensi al frustino, che ti sembrava di desiderare. E stai per pensare a quello che è successo, quando arriva un altro click, quello della luce. E, subito dopo, le mie mani ti liberano. Prima i polsi, e tu subito ti appoggi sulle braccia per riuscire, finalmente a sederti sul tappeto. Poi la benda.
La luce è forte, e quasi non mi riconosci, abbagliata dopo tanto buio. Ho un accappatoio. Lo getto sul tuo corpo nudo. Tu lo afferri, e lo sistemi alla meglio su di te, improvvisamente pudica.
“Quella è la doccia” ti dico, indicando una porta. “Ora tutto ti sembrerà solo un sogno. E, forse, è meglio così”. Mi guardi allontanarmi verso la porta della stanza.
Senti click, incroci i miei occhi ancora per un istante (“Il mio numero lo sai, a presto”), prima di sentire slam. E poi basta.
Passa un pochino prima che tu riesca ad alzarti, ad entrare in bagno e ad aprire l'acqua della doccia. Ti guardi allo specchio, già appannato dall'improvvisa ondata di vapore. Distrutta, come dopo una serata alcolica con gli amici. Ripiombata nella realtà, dopo qualcosa che, adesso, sembra irreale.
Ti accarezzi una guancia. Senti una goccia, ancora appiccicosa. D'istinto, la porti alla lingua. Ridi, gustando malvolentieri quello strano sapore salmastro. Ci penserà la doccia a lavare via tutto. Entri, chiudi gli occhi, lasci che la pioggia calda s'impossessi di te. Un sogno, solo un sogno...
Ti accarezzi una guancia. Senti una goccia, ancora appiccicosa. D'istinto, la porti alla lingua. Ridi, gustando malvolentieri quello strano sapore salmastro. Ci penserà la doccia a lavare via tutto. Entri, chiudi gli occhi, lasci che la pioggia calda s'impossessi di te. Un sogno, solo un sogno...
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