Fruit of the Doom/Serial(pg.3)



Dottore

“Ciao dottore...”
Andrea riconobbe la voce. Ma non era il posto giusto. E nemmeno l'ora.
Era di mattina che il senzatetto che chiamava tutti “dottore” aspettava lui e chiunque non avesse una faccia troppo ostile, passeggiando sul marciapiede davanti agli ingressi dei palazzi vicini al tribunale, pieni così di studi professionali. Quando un avvocato con giacca, cravatta e valigetta stava per farsi inghiottire da una di quelle porte, il senzatetto lo affiancava, agile come un gatto, con il suo sorriso dai denti malconci. E, con la voce troppo alta, un po' sgraziata eppure allegra, emetteva il suo saluto uguale per tutti, come la legge.
Andrea era uno di quegli avvocati. E ogni mattina feriale, dopo il caffè al bar, infilava le monetine del resto in tasca, perché fossero pronte per la solita scenetta.
“Come stai, dottore”
“Bene, e tu?”
“Bene, hai qualcosa per me?”
“Aspetta che guardo” fingeva Andrea, frugando a colpo sicuro nei pantaloni.
“Oh dottore, anche cinquanta euro eh?”
Ma poi non si lamentava, anche se erano solo cinquanta centesimi.
Gli era capitato di parlare di lui con qualche vicino di studio: “Se prendesse un euro da tutti quelli che passano, a fine giornata avrebbe guadagnato più di me, quello stronzo” gli aveva detto a denti stretti un giorno il collega che era anche segretario provinciale di un partito di destra.
Andrea aveva sorriso senza ribattere. E mentre l’avvocato fascio gli sibilava “...e tu sei un buonista di merda perché quell’euro glielo ficchi in mano ogni giorno”, pensava che non erano la carità o l’animo nobile a fargli tenere pronta la monetina in tasca. In realtà lo stava ringraziando. O meglio, pagando. Quella chiacchierata sempre identica a se stessa era il primo momento di calore umano del giorno. E non erano poi così rari i casi in cui era destinato a restare l'unico.
Quella volta però non era mattina e non era il solito marciapiede vista tribunale. Alle sette del pomeriggio Andrea era appena uscito da un appuntamento con un cliente non abbastanza lontano da costringerlo a disincastrare l’auto dal parcheggio. E si stava trascinando a piedi fino allo studio, attraversando un piccolo giardino pubblico in quella che una volta era una residenza nobile, uno di quei parchi che dopo il tramonto vengono sigillati a chiave per tenere fuori vandali, malintenzionati e povericristi.
“Che cosa ci fai qui?” chiese voltandosi verso la voce e guardando il suo amico senzatetto seduto a gambe incrociate su una panca di pietra, lo zaino blu sgualcito tenuto stretto in grembo.
“A quest’ora son sempre qui, dottore”
Andrea si rese conto che non sapeva nulla di lui, nemmeno il nome. Men che meno la sua storia. Alcolizzato? Tossico? Appena uscito dal carcere dopo aver scontato la pena per omicidio? Psicopatico? E se nello zaino avesse nascosto un coltellaccio da rapine o da sevizie? Invece, ricacciato indietro il pensiero da emergenza sicurezza costruita ad arte sui giornali, Andrea si scoprì tranquillo, anche se a quell’ora nel parco erano soli, senza nemmeno un bambino che giocava o un cane che pisciava.
“Ti piacciono i posti silenziosi, dopo tutto il casino che fai di giorno?” disse Andrea, sedendosi sulla panca accanto a lui.
Il senzatetto sorrise e gli tirò una gran pacca sulla spalla: “Ma no, io qui ci dormo”. E poi, puntando con l’indice un angolo nascosto in mezzo agli alberi: “Non qui, lì”.
“Ma qui chiudono di sera, come fai?”
“Mi chiudono dentro. Resto silenzioso e non mi vedono mai. Non gliene frega un cazzo se resto qui”. E a quella non battuta scoppiò a ridere di una risata strana, fatta di singhiozzi, come i sobbalzi di un vecchio motore che fatica ad avviarsi.
“E mangiare?”
“È tutto qui, un panino e qualcosa da bere” disse dando una manata allo zaino. Pane e salame e una birra. O forse un tavernello.
Andrea sentì freddo. Ed era solo un soffio di vento di inizio primavera sceso dalle montagne ancora innevate. Chissà come doveva essere dormire rannicchiati sotto una pianta di un giardino chiuso.
“Ma non ce l’hai un altro posto dove stare?” gli chiese Andrea, rendendosi subito conto di quanto idiota fosse la domanda. Così provò a correggersi: “Voglio dire, non puoi andare al dormitorio?”
Il senzatetto scosse la testa: “È un posto di merda”
“Oh non è che qui sei nel paradiso terrestre”
Il senzatetto rise di gusto. “A meno che” provò ad aggiungere Andrea “qui di notte sia pieno di figa”. Rise ancora più forte. Ma con quei singhiozzi grotteschi, era come se piangesse.
“Tu scherzi, dottore” rispose dopo un tempo indefinito, in cui il cuore di Andrea si gonfiò di tristezza. “Però qui ogni tanto resta anche la Marisa a dormire”
“Oh allora ci avevo visto giusto”
“Sì ma la Marisa non è mica figa. Con le medicine del Sert è tutta gonfia. E poi puzza...”
Andrea si mise a ridere. Non è che il suo amico fosse famoso per il profumo: “Dai, non sei mica gentile. Non si dicono 'ste cose delle donne”
“È che un giorno mi piacerebbe stare di fianco a una ragazza profumata. Come la tua collega dottoressa che entra dal portone vicino al tuo"
Andrea sobbalzò sulla panca di pietra: "Quale dici?"
"Quella bionda che mette sempre il rossetto e si pettina con la coda. A lei non mi avvicino perché alle donne faccio paura. Però è figa eh?”
“Ti piace?”
“Dai dottore che piace anche a te...”
Anche a lui. Era la giovane aiutante di quindici anni più giovane che il suo vecchio collega civilista aveva assunto nel suo studio pochi mesi prima. E adesso erano amanti. Di più: lui era il dominante, lei la schiava.
“Se te la porto una sera poi lo dai tu a me il soldino?”
Tornò la risata a forma di pianto: “Sei troppo forte, dottore, anche se mi prendi per il culo”.
Andrea si alzò: “Cazzo, per una volta che ero serio...”
Poi si risistemò la cravatta, prese la valigetta e sorrise al suo amico senza nome: “Vado adesso, tanto ci vediamo domattina. E vedi di essere prudente”.
Il senzatetto rispose con un gesto strano e un sorriso. E poi fermò la mano che Andrea si era infilato in tasca: “No, me li hai già dati oggi. Poi finisce che non me li dai più domani”.
Andrea scosse la testa divertito, pensando all’etica di un senzatetto in una situazione che porterebbe a essere avidi. Poi girò i tacchi e s’incamminò verso lo studio. Gli era venuta voglia di casa. Di un posto chiuso, caldo, sicuro.
“Dottore...” gli gridò lui quando era già a metà vialetto. “Allora domani ci vediamo”
Andrea non disse nulla. Alzò un braccio e riprese il suo cammino a passo più veloce. Gli era venuta un’idea.
+ - + - +
"Hai impegni domani sera?"
"No, a che ora?"
"No che cosa, schiava?"
"No, Padrone. Mi perdoni"
"Bene. Ora ne hai uno. Importante. Dovrai fare una cosa per me"
"Posso chiederle che cosa, Padrone?"
"Devi farlo, perché non è una cosa da tutti i giorni. Ti servirà tutta la tua devozione e tutto il tuo coraggio"
"Così mi spaventa, Padrone"
"Hai presente quello che mi chiama dottore?"
"Chi?"
"Lo straccione che sta sul marciapiede davanti allo studio ogni mattina"
"Sì, Padrone"
"Ho scoperto per caso dove passa le notti"
"Non ha una casa, vero?"
"No. Dorme nel parco vicino alla vecchia villa. Si fa chiudere dentro di notte ed esce solo la mattina, quando riaprono, e poi viene da noi a fare la questua"
"Poverino"
"Mi ha detto che gli piaci"
"...grazie..."
"Lo ringrazierai tu. Domani sera. Di persona. E non solo a parole"
"Padrone..."
"Taci, schiava. Indosserai un soprabito lungo. Autoreggenti scure, scarpe eleganti con il tacco alto. E null'altro. Io porterò i preservativi. Gusto preferito?"
"F... fragola"
"Non ho capito"
"Fragola, Padrone. Mi scusi"
"Hai domande?"
"No, Padrone. Se non la più ovvia..."
"Falla, allora"
"Mi cederà a lui?"
"In un certo senso. Ogni mattina gli lascio gli spiccioli. Per una volta gli lascerò spiccioli di qualcosa di mio. Ovvero di te"
"Padrone..."
"Non credo che gli concederò di scoparti. Ma la tua bocca potrà averla. Ecco perché ti ho chiesto il gusto preferito per il preservativo. So da me che l'igiene personale non è il suo forte"
"Sì, Padrone"
"Hai obiezioni?"
"Ho paura"
"Ma non ti ho sentito pronunciare la parola di sicurezza"
"No, Padrone"
"Puoi farlo"
"..."
"Ma non lo farai"
"No, Padrone"
"Bene schiava. Mi rendi orgoglioso così. A domani"
"A domani, mio Padrone"
+ - + - +
Andrea era stato molto distratto quel giorno. Aveva visto il senzatetto, come da copione, la mattina. E lo aveva congedato con un euro e un "Ci vediamo stasera al parco". Come risposta aveva ottenuto una risata e basta, come succede quando si fa una battuta senza sugo e senza peso. Poi aveva incrociato lo sguardo di lei, a pranzo al bar vicino al tribunale con un manipolo di colleghi. Le aveva mandato un messaggio di nascosto: "Alle sei e mezza all'angolo di via Beccaria, vestita come sai". L'aveva osservata afferrare il telefono che aveva vibrato nella borsetta, leggere, arrossire appena e tenere gli occhi bassi. per poi alzarli un istante soltanto, verso i suoi.
Avrebbe potuto tirarsi indietro, in qualsiasi momento. Lui era stato chiaro con lei fin da subito: "Sarò esigente, in modo esagerato" le aveva detto. "Potrai fermarmi ogni volta in cui ti sembra troppo. Ma se non lo farai, pretenderò che tu segua i miei passi, uno dopo l'altro". E lei che era fiera e intrisa di un senso del dovere da soldato di altri tempi, non lo fermava mai. Non lo avrebbe fatto, nemmeno quella volta. Ne era quasi certo.
E fu così.
Alle sei e mezza del pomeriggio, quando gli studi si erano svuotati dei clienti e restava solo qualche praticante a preparare udienze per i capi e qualche capo a procrastinare il ritorno a casa dai figli piccoli e rumorosi, lei era all'angolo di quel mezzo vicolo zona tribunale. Soprabito lungo, scarpe rosse col tacco, calze velate scure. Occhi bassi. Tutto come da programma, tutto come da sua richiesta.
"Brava bimba" gli sussurrò in un orecchio passandole accanto. Poi la prese sottobraccio e la accompagnò oltre l'angolo della stradina incassata tra vecchi edifici un po’ in disarmo. Bastarono pochi passi perché il rumore della città che si svuota come un imbuto si sentisse solo in sottofondo, come un temporale che si allontana e che non tornerà.
"Mostrami" disse lui, fermandola a metà vicolo.
Lei aprì il soprabito, senza una parola. Nuda. Candida. Sensuale.
Lui si frugò in tasca. Una boccetta di Chanel numero 5. Quello che per colpa di Marilyn fa sesso solo a pronunciarne il nome. "Mi ha detto che la cosa che gli manca di più è avere accanto una donna profumata" le disse, porgendoglielo.
Lei, lasciando scivolare i lembi del soprabito, lo prese, svitò il tappo, lasciò che il profumo le impregnasse le dita e si carezzò con delicatezza sul collo, sulla nuca, nell'incavo dei seni, sulla pancia, sui polsi. Poi richiuse la boccetta e gliela restituì: "Grazie Padrone".
"Grazie a te, schiava. Stai bene?"
"Sì, Padrone. Andiamo". E riprese a camminare in fretta, costringendolo a inseguirla. Decisa, orgogliosa. In bilico tra senso del dovere e voglia di compiacerlo. Come poteva non adorarla?
Arrivarono al parco in pochi minuti, senza dire una parola.
Lui, il senzatetto, era seduto sulla stessa panchina della sera prima. In grembo ancora lo zaino sdrucito. "Dottore!" gli urlò con un entusiasmo che sembrava diverso.
"Hai visto che sono tornato?" gli rispose salutandolo con una mano. "E non sono da solo"
"Buonasera dottoressa" rispose lui con un sorriso a denti scuri.
"Dalle pure del tu"
Lui s'imbarazzò un poco: "Ciao dottoressa". E quell'imbarazzo rendeva tutto ancora più eccitante per Andrea.
"L'hai preparato il soldino?"
"Che cosa dottore?"
"Te l'avevo detto ieri. Io te la porto, ma tu mi dai il soldino"
Il senzatetto rise, ma in un modo diverso. Era agitato. Non capiva in che direzione stava andando quell'incontro.
"Anche perché non è che te la porto e basta. Su bimba, apri il soprabito"
Lei, lentamente, slacciò la cintura e poi i bottoni. E quando scoprì il suo corpo nudo, come le luci che illuminano all’improvviso la scena quando a teatro si apre il sipario, il senzatetto non riuscì a dire una parola.
Andrea rise: "Ti piace ancora?"
Silenzio.
"Dai, non fare il timido. Ieri mi hai detto che era figa"
Ancora silenzio.
"Su, portaci là nell'angolo nascosto dove dormi. Non è che possiamo farci vedere da tutti"
Lui non si alzava e Andrea lo prese per un braccio per sollevarlo e convincerlo. Alla fine si decise e camminò verso una selva di cespugli all'ombra di un grande pino. Attraversando un passaggio stretto, arrivarono proprio dietro il tronco. C'erano una coperta e un sacco a pelo già stesi per terra, tra aghi caduti e pigne profumate.
"Dormi qui?"
"Sì, dottore"
"Praticamente è casa tua"
"Sì. Non ce l'ho un posto migliore dove portarvi. Scusa"
Andrea non gli diede retta e spostò la coperta vicino al tronco: "Va bene se adatto un po' il luogo?"
Il senzatetto annuì. Poi Andrea gli indicò la pianta: "Appoggiati all'albero con la schiena. E tu" aggiunse, rivolgendosi a lei "sfilati il soprabito"
Lei obbedì. La sua pelle candida nella penombra brillava come la luna. Andrea guardava lei con gli occhi bassi e poi lui, paralizzato contro il tronco come un prigioniero in catene.
"Avvicinati, bimba". Lo fece.
"Allora, lo senti che buon profumo?" disse poi, rivolgendosi al senzatetto.
"Cazzo, dottore"
"Era da tanto che non vedevi una donna così bella?"
"Dottore, non se lo immagina neanche... Lei è la più bella che abbia mai visto"
"Non fare la maleducata, ringrazia"
"Grazie" disse lei con un filo di voce.
"Dottore, ma è la tua fidanzata?"
"Non fare troppe domande, o potrebbero venirti degli scrupoli. Tutto quello che ti interessa sapere è che lei è qui per te. Puoi toccarla se vuoi".
Il senzatetto guardò Andrea come per chiedere il permesso. Poi allungò una mano verso la guancia e la sfiorò. La stava toccando come si tocca un fiore di campo sbocciato nei primi giorni di primavera e troppo bello per essere raccolto.
"Sei un gentiluomo. Pensavo volessi toccarle le tette" rise Andrea.
Il senzatetto non rispose, la mano tra guancia e collo, la bocca semiaperta di stupore.
"Puoi farlo"
Lui guardò Andrea ancora una volta e ricevette in cambio un cenno di assenso e un sorriso.
Quella mano ruvida e scura si spostò sul petto di lei. Andrea provò a immaginare la durezza di quel tocco, eppure la sua delicatezza, lo sporco di chi fruga per terra in cerca di un giaciglio e la meraviglia di chi si trova di fronte la purezza di un desiderio.
"Ti piace?" disse, senza specificare a chi era rivolta la domanda.
Il senzatetto rispose con un verso strano. Lei con il capezzolo improvvisamente eretto. Era perfino meglio - sentenziò Andrea nella sua mente - di come se l'era immaginato.
"Ormai ti sarà venuto duro, eh amico?"
Il senzatetto non disse nulla, gli occhi e la mano su di lei.
"Vediamo un po'. Inginocchiati, bimba". Lei si liberò della mano ed eseguì. "E tu, slacciati i pantaloni e abbassali".
Il senzatetto lo fissò di traverso: "Ma tu resti qui a guardare?"
"Certo. Non te la lascio mica per sempre, è solo un piccolo regalo"
Il suo amico non capiva e scuoteva la testa, ma la voglia vinse su tutto. Slacciò la cintura e i bottoni dei vecchi jeans. E lasciò che scivolassero giù lungo le sue cosce troppo magre.
Dai boxer a fiori stinti che indossava, che almeno non sembravano troppo sporchi, già si vedeva il profilo del suo cazzo: "Usa le tue mani, bimba" disse Andrea impaziente. E lei, diligente, carezzò con i polpastrelli quel rilievo attraverso il cotone fiorato. Il senzatetto piegò la testa all'indietro e si appoggiò all'albero gemendo. "Da quanto tempo non te lo toccavano così, eh?"
Non una parola. Andrea guardava il viso in estasi di lui e i gesti sapienti e leggeri di lei. E non sapeva quale dei due dettagli fosse più eccitante.
"Ora, bimba, sfilagli i boxer"
Lei eseguì, lentamente, e il cazzo del senzatetto, scuro e venoso ma non ancora del tutto eretto, uscì all'aria aperta, forse stupito anche lui di tante insolite attenzioni.
"Con le mani" ordinò lui. E lei lo prese un po' titubante tra le dita, mentre il senzatetto allargava le cosce come se le ginocchia stessero per cedergli ed emetteva versi che non sembravano uscire dalla sua bocca ma direttamente dalle sue viscere.
Con le carezze di lei, quel cazzo si stava indurendo più lentamente del previsto. Le medicine, pensò Andrea. O forse l'alcol. O comunque la vita di merda. Ma quell'uomo avrebbe avuto il suo momento, questo era certo. Si frugò in tasca e tirò fuori non il solito soldino ma un preservativo alla fragola.
"Bimba..." si limitò a dire. E lei si voltò a prenderlo. Lo aprì aiutandosi con i denti e poi, pian piano, lo infilò attorno al cazzo del poverocristo.
"Lo sai che cosa sta per succedere, amico?" disse Andrea cercando di guardarlo negli occhi, impresa impossibile perché a ogni gesto roteavano all'insù come quelli di un'anima in pena sotto acidi. Poi guardò lei: "Sai cosa devi fare".
Non si fece pregare. Il cazzo sparì tra le sue labbra e la testa cominciò a muoversi avanti e indietro, subito velocemente.
Andrea immaginò l'odore acre e forte che lei avrebbe avuto dentro le sue narici, a tenere il viso così vicino a lui. E non avrebbe avuto scampo, anche con quel profumo di Chanel sulla sua pelle e di fragola e gomma asettica sul preservativo.
"Amico, puoi toccarla. Prendile la testa".
Lui lo guardò per un attimo, a bocca aperta come un bambino davanti alla vetrina dei lego. E con il palmo le carezzò i capelli con tutta la delicatezza di cui era capace.
Poi cominciò a tremare, letteralmente, scosso come un albero nel terremoto. E i versi che la sua bocca e il suo naso sputavano fuori erano sempre più alti, impossibili da tenere a freno. Finché un gemito, come di mamma al funerale del figlio, lo agitò dentro e fuori, appiccicato sul tronco del pino come uno straccio lasciato ad asciugare.
Era venuto.
Lei si staccò, asciugandosi le labbra con un braccio. Ma restò in ginocchio davanti a quel cazzo grottescamente vestito di gomma rosa semitrasparente che stava tornando piccolo, con lo sperma a rigonfiare il sacchetto che pian piano scivolava lontano dalla punta.
Si avvicinò lui, porgendole una mano per farla alzare e il soprabito per rivestirsi. "Brava bimba" le sussurrò, baciandola leggero sul lobo del'orecchio. Poi si voltò verso il senzatetto. Era ancora appoggiato al tronco, con gli occhi chiusi, il fiatone, il cazzo ormai floscio che dondolava a ogni respiro.
"Tutto bene, amico?"
Lui aprì gli occhi e sorrise: "Cazzo dottore..."
"Vuol dire sì?" e scoppiò a ridere.
"Sì sì" annuì il senzatetto, concitato come un bambino piccolo che spiega alla mamma quanto è buono l'ovetto kinder con la sorpresa.
"Mi devi un soldino" disse Andrea, serio.
"Sì, dottore. Uno qualsiasi?"
"Uno qualsiasi. Ho pensato che la mattina mi fa piacere incontrarti, perché mi saluti e mi sorridi. Lo so che lo fai anche perché vuoi qualcosa da me. Ma fa lo stesso, io apprezzo quel momento di gentilezza, quel piccolo regalo che mi fai di interessarti a me per un istante. Stasera è successo il contrario. Io ti ho fatto un regalo. Ma siccome i tuoi regali io li pago, tu farai lo stesso, così siamo pari"
Il senzatetto con il viso serio si voltò faccia all'albero, armeggiò con preservativo e boxer, si tirò su i pantaloni e infilò una mano nella tasca. "Cinque centesimi... è troppo poco?"
"Andrà benissimo. Ci vediamo domattina?"
"Sì, dottore"
"E mi raccomando, non una parola su quello che è successo stasera"
"Tanto non mi crederà nessuno"
"Hai ragione" rise Andrea. Poi si voltò, prese lei sottobraccio e si allontanò. Visti da dietro sembravano una coppia di lunga data, intenta a cercare il romanticismo perduto in una passeggiata nel parco.
"Dottore!" sentirono a un certo punto alle loro spalle. "Allora ci vediamo domani?"
Andrea non rispose, sollevò una mano per salutarlo e sparì dietro a una grande quercia. Nelle narici, solo profumo di Chanel.




Il colloquio


“Dottoressa, è arrivato”
“È quello giusto?”
“È quello della foto. Ma... sembra ancora più alto”
“Allora è quello giusto. Fallo entrare fra due minuti esatti”.
Louise riappese la cornetta senza aspettare una risposta dalla segretaria. Si voltò facendo una piroetta sulle rotelle della sedia per guardarsi nel riflesso del vetro dell’enorme finestra vista grattacieli. Il suo ufficio era al ventottesimo piano, in fondo al corridoio, quasi al vertice della piramide alimentare di quella multinazionale. Si compiacque della nuvola rossa dei suoi capelli, che spiccavano sulla pelle scura dello schienale alto ed ergonomico. Si avvicinò per controllare il trucco e poi, con un dito, fece in modo che il lembo del vestito a fiori incorniciasse meglio la scollatura candida. Infine con un gesto rapido infilò le mani sotto la gonna, afferrò gli elastici delle mutandine e le fece scivolare lungo le autoreggenti nere, per poi abbandonarle in un cassetto.
Fece giusto in tempo a ruotare di nuovo sulla sedia, leggera e piena di energia, e la segretaria bussò alla porta.
“Avanti” disse decisa, accavallando le gambe e appoggiandosi morbida a quello schienale così confortevole.
“Signora, c’è...”
“Lo so. Fallo entrare e chiudi la porta. Non ci sono per nessuno”
La segretaria sparì senza rispondere. E la stanza si riempì della figura imponente e muscolosa dell’operaio dell’impresa che avrebbe voluto incaricare della manutenzione delle finestre nell’intera sede.
“Benvenuto” disse Louise, fotografandolo con gli occhi, come il felino in agguato che sa già che la preda sarà sua.
“Grazie” rispose lui, guardandosi intorno, un po’ sorpreso da quell’ufficio così ampio, un po’ in imbarazzo perché non c’era nemmeno una seggiola. Del resto lei non aveva detto “accomodati...”
“Sai perché sei qui?” gli domandò senza staccargli gli occhi di dosso.
“Per il lavoro. Il capo mi ha detto che avete bisogno di rifare le finestre”
“Per il lavoro...” rispose lei a voce bassa. Era davvero più alto di quanto s’immaginava dalla foto. E muscoloso. E aveva la bocca grande e morbida, la pelle olivastra e abbronzata, i capelli neri in perfetto ordine, tenuti insieme con un poco di gel.
“Ascolta Kamen. Kamen, giusto?”.
Lui annuì, gli occhi curiosi fuori dalla finestra.
“Noi abbiamo una politica aziendale molto rigida. Non vendiamo solo bibite. Vendiamo emozioni. Per questo l’ambiente di lavoro deve essere impeccabile, sereno, direi stimolante”.
“Signora, glielo avrà detto il mio capo. Noi siamo molto discreti, silenziosi. Cerchiamo di lavorare senza dare nessun disturbo”.
“Lo so, tesoro” disse lei alzandosi di scatto dalla sedia. I suoi passi, sulle Louboutin con il tacco dieci, suonavano un ritmo lento e denso sul parquet dell’ufficio. “Ma vedi, gli antichi greci dicevano che insieme al buono deve esserci il bello. Avrai notato, Kamen, che i nostri uffici sono in perfetto ordine, con arredi, colori, oggetti fatti apposta per coccolare, abbracciare, accogliere”.
“Non ho visto molto, dottoressa” disse lui, gli occhi sulla mano di lei che sfiorava la stoffa della sua camicia di jeans. “Ma il suo ufficio è molto bello...”
“Ma certo” rispose lei quasi stizzita. “Ho scelto tutto io. Tranne la vista”. Risero. Poi lei lo prese sottobraccio, l’occasione per sondare di che pasta fossero fatti i suoi bicipiti. E sembrava una gran bella pasta.
“Guarda” gli disse, indicandogli i palazzi di vetro e acciaio tutti uguali del centro direzionale, giganteschi specchi per quel poco di cielo che restava libero e per gli edifici gemelli, in un gioco di riflessi che non finiva mai.
“Grattacieli, finestre. Un sacco di lavoro per il mio capo”
Risero ancora. Poi Louise si strinse un po’ di più al suo braccio: “C’è un’altra cosa, Kamen”.
Lui si voltò verso di lei, nelle pupille un misto di curiosità, ansia e forse anche desiderio: “La ascolto, signora”.
“Abbiamo un’altra politica aziendale” gli disse, quasi sussurrando così vicina al viso che lui poteva sentire il soffio tiepido delle sue parole. “Ti ricordi, vero, la nostra ultima pubblicità televisiva, quella con il giardiniere?”
“Me la ricordo, sì. Lui che lavora a torso nudo e poi fanno a gara a portargli una bibita fresca”
“Bravo: sai chi è lui?”
“Un modello?”
“No. Un giardiniere”
Lui si voltò verso di lei. Touché: lo aveva stupito. E aveva tutta la sua attenzione: “Meglio, è l'operaio specializzato dell’impresa che cura le aiuole nel cortile interno e il giardino pensile sul terrazzo”.
Lui continuava a guardarla. Forse stava cominciando a capire.
“Non vendiamo solo bibite, te l’ho detto. Vendiamo emozioni. Ma le emozioni devono essere vere, o non ci crederà nessuno. E al supermercato prenderà dagli scaffali una bibita qualsiasi, non la nostra”.
Lei gli lasciò libero il braccio e tornò al centro della stanza: “Abbiamo pensato di seguire la stessa linea narrativa per la prossima campagna pubblicitaria. La sceneggiatura dello spot è già scritta. Ci serve un muratore, un carpentiere, un operaio insomma. Uno che catturi lo sguardo e susciti emozioni. Capisci cosa intendo?”
“Non ne sono sicuro” rispose Kamen, voltandosi verso il centro della stanza. E verso di lei.
“Capisci perché al tuo capo abbiamo chiesto le foto a figura intera di tutti i suoi operai? E perché oggi sei qui proprio tu e non lui al colloquio decisivo per ottenere il lavoro?”
“State... forse pensando a me?”
“Non ho ancora deciso. Dipende da quanto desideri davvero suscitare emozioni vere, Kamen. Dipende da che cosa sei disposto a dimostrare di saper fare per ottenere questo lavoro. E per un’impresa come quella del tuo capo, il nostro è un gran bell’appalto. Senza contare i soldi extra che ti daremmo per la pubblicità. E tutte le ragazze che potrai scoparti quando andrà in onda”.
Kamen abbassò lo sguardo. Probabilmente dozzine di pensieri e di sogni stavano giocando agli autoscontri nella sua testa.
“Vieni qui” gli disse lei, interrompendo il flusso delle sue fantasie. “E comincia a spogliarti”.
“Come?”
“Il giardiniere funziona perché è a torso nudo. Per capire se funzioni tu, dovrai rinunciare a quella camicia”
Kamen si avvicinò lentamente. Era una situazione strana, ma non era di certo la prima volta che gli toccava mostrare un po’ di pelle a una donna.
“Tranquillo, non ti vedrà nessuno” disse lei avvicinandosi alla porta dell’ufficio e chiudendola a chiave. “Quei vetri sono a specchio. Tu vedi fuori ma nessuno vede dentro. E poi è il tuo lavoro, dovresti saperlo”
“In effetti lo so” disse lui, sbottonandosi la camicia da cui fece capolino una canottiera a coste bianca, attillata come la tuta di Superman sui suoi pettorali.
“Posso?” disse, prima di appoggiare la camicia sull’enorme scrivania scura.
“Puoi, e sappi che apprezzo molto l’educazione. Ora la canottiera”.
Kamen obbedì e scoprì le spalle possenti, la schiena dritta e solida come marmo, la pelle scura senza eccessi, come un regalo della natura.
“Bene” disse lei, girandogli intorno con studiata lentezza, ritmata dal colpo dei tacchi sul pavimento. “Ora i pantaloni”.
Lui le cercò lo sguardo, per capire se scherzasse. Non scherzava. “Su, coraggio. Ogni attore deve essere pronto a una scena in cui si sfila i pantaloni davanti a una donna. E qui non ci sono nemmeno le telecamere”.
Kamen armeggiò prima con la cintura e poi con la patta e spinse i pantaloni fino alle caviglie, per poi accorgersi che non avrebbe potuto sfilarli con le scarpe addosso. “Basta così, signora?” disse, tenendo le mani incrociate proprio davanti ai boxer attillati.
Louise rise: “Certo che no. Via le scarpe. E via soprattutto le mani”.
Kamen fece quello che gli era stato detto. E in quell’istante in cui scostò le mani prima di chinarsi e slacciare le scarpe, mostrò quanto la situazione non gli fosse indifferente.
Quando si rialzò, senza scarpe né pantaloni, d’istinto si ricoprì come prima.
“Ho detto via quelle mani” ringhiò Louise, scostandogliele quasi di forza. E poi lasciando le sue a carezzare il rilievo del cazzo quasi turgido attraverso il cotone dei boxer.
Kamen emise un sospiro. E d’istinto con le mani afferrò i fianchi della sua quasi cliente. Louise reagì male: “Giù quelle zampe” gli disse, schiaffeggiandogli un braccio. “Lo vuoi il lavoro?”
“Sì”
“Allora faresti bene a fare solo quello che ti dico, quando te lo dico. In ginocchio ora”
“Come?”
“Parli la mia lingua? Ho detto in ginocchio”
Kamen esitava. Ma lei lo incalzava: “Il regista della pubblicità non amerebbe affatto le incertezze”
E lui s’inginocchiò.
“Mani lungo i fianchi, basta nascondersi” gli ordinò lei, un tono appena diverso nella voce, più deciso.
“Vedo che hai davvero voglia di ottenere il lavoro. Hai voglia anche di scoparmi?” gli chiese lei, frugando in un armadio alla ricerca di qualcosa.
Lui restò in silenzio per un po’, cercando la risposta giusta.
“Ti ho fatto una domanda”, insistette lei, facendo riemergere dall’armadio uno schedario porta documenti bianco e rosso da cui faceva capolino, come un segnalibro, una frusta da equitazione.
“Sarebbe educato dire di no, ma temo che il mio corpo mi smentirebbe”.
Louise si piantò davanti a lui, con il frustino in mano e gli occhi fissi tra le sue cosce: “Se continua a venirti duro anche ora che ho questa cosa con me, significa che sei davvero disposto a tutto”.
Lui abbassò lo sguardo.
“Bravo, occhi a terra, verso le mie scarpe. Vieni a guardarle più da vicino”
Kamen fece per alzarsi.
“Non così, a quattro zampe”
Lui obbedì docilmente. Chissà se lo aveva fatto per il lavoro o perché stava emergendo un suo lato segreto.
“Ti piacciono le mie scarpe?” gli chiese quando era a una spanna da lei.
“Sono molto eleganti”
“Baciale”
Kamen guardò in su. La risposta fu una scudisciata al centro della schiena. Lui gemette e si chinò, le labbra sul cuoio scuro e lucido.
“Ai veri uomini piacciono le donne con i tacchi” disse, sollevando un piede e carezzandogli la schiena con quella punta sottile. “E a te?”
Kamen annuì, o credette di farlo, le labbra e la lingua sulla scarpa. Non smise. Forse era per il lavoro, o forse per la scudisciata. O forse era la sua natura segreta che stava squarciando il velo della fantasia.
“Ora non smettere, ma abbassati i boxer”
Non fu necessario ripeterlo né aspettare. Lei vide le mani scivolare lungo i fianchi, afferrare i lembi delle mutande e farle scendere fino alle ginocchia.
Lei gli ammirò il culo. Era invitante e muscoloso, proprio come se lo aspettava. Si chinò in avanti e sporgendo il braccio lo carezzò con il frustino. Poi fece sibilare l’aria e schioccare il cuoio sulla sua pelle. Kamen gemette. Ma non smise di baciarle la scarpa.
“Un vero uomo sopporta il dolore” disse lei, prima di schioccare un secondo colpo. “Non è vero, Kamen?”
Un lamento soffocato fu la sua risposta.
“Credo che ti colpirò...” Terza frustata.
“Fino a quando...”. La quarta.
“Non smetterai...”. La quinta.
“Di lamentarti come una femminuccia”. La sesta.
Alla settima Kamen si fece forza e si limitò a un respiro un po’ più lungo e rumoroso. Poi sentì il frustino carezzargli la guancia: “Guarda in su ora”.
Quello che vide fu il vestito a fiori sollevato, le autoreggenti che facevano corona intorno alla pelle candida delle cosce, la sottile peluria rossa a decorare la sua fica.
“Vuoi assaggiare?”
Kamen annuì.
“Non ho sentito”
“Sì”
Uno schiaffo improvviso a mano aperta gli fece vibrare la guancia: “Come?”
“Sì signora, per favore”
“Meglio. Su, avvicinati”. E, afferrandolo per i capelli, fece tuffare il viso tra le sue cosce.
Il ragazzo si diede subito da fare e Louise immaginò che il fatto che fosse bagnata lo avesse lusingato. Ma aveva ragione lui, il corpo non sa dire bugie. Così chiuse gli occhi e assaporò la sensazione della lingua morbida e delle labbra golose sul suo clitoride e tra le sue piccole labbra.
Dovette recuperare un minimo di concentrazione per raggiungere il telefono e chiamare la segretaria: “Vieni qui per favore. Porta le chiavi perché ho chiuso”.
Pochi secondi dopo la serratura scattò e la segretaria entrò, per nulla turbata dalla scena che aveva di fronte.
“Prendi il guanto di lattice nel cassetto. E fagli una sega. Ma bada bene tu” aggiunse rivolto a Kamen. “Non sbagliarti a venire. La mia collaboratrice è molto attenta e ti sarà d’aiuto. Ma sarai eccitato come una troietta ormai”.
Lo chiese con uno sguardo alla segretaria che, infilatasi il guanto, si era inginocchiata accanto a lui esplorando con la mano tra le sue cosce.
“È duro, signora. Direi molto duro”
“È grosso?”
“Direi di sì. È spesso e mi sembra di sentire le vene in rilievo sotto le dita”
“Credi che sarebbe degno di scoparmi a dovere?”
“Non lo so, signora. Lei ha gusti molto raffinati”
“Senti come geme: sculaccialo”
Il colpo sulla pelle rimbombò nel grande ufficio.
“È muscoloso, vero?”
“Lo è signora. Vedo che ha già altri segni rossi”
“Frustino” rispose secca Louise. “Ora però spingigli la faccia contro la mia fica. Non abbiamo tutto il giorno”
Con il palmo dietro la nuca, la segretaria schiacciò Kamen tra le cosce del capo. Doveva piacerle perché smise di parlare, chiuse gli occhi, afferrò con le mani il bordo della scrivania e, con un gemito, uno solo, si lasciò andare.
Restò lì per qualche secondo, ad aspettare che le onde impetuose dell’orgasmo diventassero risacca sul bagnasciuga delle labbra di Kamen.
Poi lo scostò via e si spostò per aggiustarsi il vestito.
“Basta così: cara, prendi i suoi dati per il contratto con l’agenzia pubblicitaria. E tu Kamen, avvisa il tuo capo che sto aspettando via mail il preventivo alle cifre pattuite. Lo riceverà indietro firmato appena lo vedrò. E ora alzati, e rivestiti. Veloce, che ho lavoro da sbrigare”.





La Perla

Era uno di quei giorni torridi di mezza estate. Uno di quei giorni in cui l'afa toglieva ogni energia, specie tra il cemento e il vetro di una metropoli non ancora in vacanza. Era mezzogiorno passato. E Giovanni non aveva neanche un po’ di fame. Sete, forse. Ma bere significava sudare, sentirsi appiccicosi, come se l'aria e i vestiti fossero fatti di vinavil. E non poteva nemmeno aspettare che asciugasse, e poi staccare piano la pellicola che sembrava pelle, come faceva alle elementari per spaventare le compagne.
Giovanni pensò alla tivù e ai servizi dei telegiornali che ricordavano agli italiani quanto caldo facesse. E il ministro che suggeriva come trovare sollievo, con il piglio di una vecchia zia che ha fatto il bagno nella saggezza popolare: bevete molto, state all'ombra, non uscite nelle ore più calde, se non avete l'aria condizionata andate nei centri commerciali…
Il centro commerciale, a due passi dallo studio. L'architetto Giovanni lo odiava con tutte le sue energie razionali. “Una ferita che sanguina nel cuore storico della città” l'aveva ribattezzato il suo professore dell'università, intervistato dalle pagine cittadine del quotidiano. Pensò che sarebbe stato buffo incontrarsi lì, nel gigante a forma di scatolone metallico, con sette piani di negozi e nessuna coerenza rispetto agli austeri edifici barocchi che gli stavano intorno. Magari allo stesso reparto, furtivi come ladruncoli all'autogrill, insieme a un gruppo di militanti ecologisti in cerca di refrigerio clandestino.
Mentre camminava spedito, bucando l'atmosfera torrida e densa, Giovanni pensò perfino a una buona scusa da raccontare, se qualcuno lo avesse visto lì, nell'odiato ecomostro. Luglio, una settimana prima del compleanno della sua fidanzata. Di tempo ne aveva poco, nonostante la lenta estate. E doveva ancora cercare un regalo. No, doveva ancora pensare a un regalo.
Entrò dalle porte scorrevoli del centro commerciale, provando istantaneo sollievo al primo fiotto di aria fresca e deumidificata che gli investì la faccia. Respirò profondo e chiuse gli occhi. Poi guardò la mappa del labirinto dei negozi. Reparto abbigliamento femminile, ecco il suo obiettivo. Si sarebbe mischiato alle ragazze che, fatta la pausa pranzo con il solito yogurt, stavano trascinando il loro stomaco divorato dai crampi di fame lontano dalle tentazioni alimentari e dai successivi sensi di colpa. La prova bikini era vicina: guai a farsi bocciare. Vestiti leggeri e colorati, che svolazzavano con l'aria condizionata. Occhi che scrutavano, mani che sfioravano i tessuti, corpi che danzavano davanti a specchi.
Giovanni pensava che, tutto sommato, era divertente. Non dev'essere così il paradiso? Un uomo solo e decine di donne tutt'intorno? Sì, ma nel paradiso avrebbero guardato anche lui, e non solo i vestiti.
Camminando distratto tra gli scaffali, Giovanni scoprì di aver cambiato reparto, quasi senza accorgersene. Fu un cartellino attaccato a un perizoma di seta a farlo risvegliare: una splendida ragazza, con i capelli neri e un culo che rasentava la perfezione, mostrava quale effetto avrebbe fatto quel capo d'abbigliamento, una volta indossato. Forse l'improvviso sollievo del fresco, dopo una serie di giorni torridi e stanchi, lo aveva risvegliato.
Si guardò intorno e, visto che da quelle parti non c'era molta gente, decise di fare un gioco. Avrebbe passato un po’ di tempo lì, a guardare i reggiseni sexy e le guepière intriganti, lasciando che la fantasia facesse una corsetta fuori, in assoluta libertà. Se lo avessero visto, carezzare i pizzi di una coppa c o il nastro liscio che sta dietro a un perizoma, avrebbe avuto comunque la scusa del regalo alla fidanzata. Che ne sapevano loro che, se avesse regalato alla fidanzata un perizoma, lei probabilmente avrebbe risposto con uno schiaffone, o almeno con un broncio lungo da luglio a Natale, fino al prossimo regalo riparatore? Sapevano tutti che lei odiava i perizoma. Ho passato trent'anni della mia vita, diceva, a lottare con i bordi delle mutande che entrano in mezzo alle chiappe, e ora devo mettermi una cosa che è stata progettata per infilarsi lì? A Giovanni non importava. I perizoma erano belli da vedere. Ma lei era bella e sexy qualunque cosa avesse addosso. O non avesse addosso. Così la sua fantasia in libera uscita faceva indossare quei perizoma ad altre ragazze, a volti e corpi diversi da lei, come se accarezzare quella seta gli consentisse di proiettare l'immagine dell'ultima persona che lo aveva provato.
Mentre i polpastrelli si saziavano di lycra e cotone, di pizzi ed elastici, Giovanni si era pericolosamente avvicinato ai camerini di prova. E fu il fruscio di un tessuto che scivolava addosso a un corpo a risvegliarlo dalla sua fantasia. Giovanni alzò lo sguardo. E vide un'ombra, che faceva capolino dietro una delle tende dei camerini, appena un po’ troppo aperta. Era più di un'ombra. Era una ragazza. Era chinata, per cercare qualcosa nella sua borsa, appoggiata a terra. E la tenda che doveva assicurare la sua privacy non stava facendo il suo dovere. Giovanni vide nel dettaglio il perizoma rosa. Il nastrino che nascondeva il solco scuro tra le sue natiche. Il ricamo che rendeva vezzoso il triangolino che faceva da congiunzione con l'elastico. L'incrocio delle spalline del reggiseno, anche lui rosa, sulla schiena. Si fermò, seminascosto dagli scaffali, gli occhi fissi verso quella tenda birichina, che mostrava anche una fetta dello specchio di fronte alla ragazza. Fu così che la vide anche di fronte. Capelli scuri, appena macchiati da colpi di sole rossi, pelle scura, mediterranea, ma
corpo magro, magrissimo, minuto, come i suoi piccoli seni. E poi gli occhiali. Una incredibile nota intrigante in un quadretto già abbastanza sexy.
Giovanni non mosse un muscolo, aspettando di scoprire ancora di più. Prima o poi avrebbe provato altra biancheria, prima o poi si sarebbe cambiata, prima o poi… Il suo cuore accelerò, quando vide le sue mani sulla schiena, intente ad armeggiare con il gancetto del reggiseno. E poco dopo, i suoi seni furono proiettati dallo specchio agli occhi di Giovanni: niente segni di abbronzatura, constatò subito, perché non era abituato a non vedere nulla di bianco, lì sotto. E due generosi capezzoli scuri, che a lui sembravano duri e in rilievo, ma soprattutto invitanti, appetitosi. Forse però era solo la sua fantasia a correre troppo.
L'unica cosa dura, di certo, era dentro i suoi pantaloni. E non era finta. Sentì l'erezione premere forte contro la patta, fino a fargli male, quando le mani della ragazza accompagnarono giù il perizoma, mostrando il resto delle sue nudità. Vide il culo, perfetto nelle sue curve gentili e sottili. E guardando lo specchio si accorse che lei era completamente depilata. Nemmeno a quello era abituato.
Quando, dopo un istante interminabile, riuscì a sollevare gli occhi in cerca del suo viso, si accorse che sorrideva. No, di più. Sorrideva nella sua direzione. Lo specchio non mente, lo governa la fisica. Se io posso vedere i suoi occhi, lei può vedere i miei. Giovanni si spaventò, solo un pochino, e abbassò lo sguardo verso un reggiseno sportivo, bianco. Finse di valutarne tessuto e consistenza, ma non mosse un passo.
Quando ebbe il coraggio di rialzare gli occhi, lei si era voltata. Sullo specchio vedeva la sua schiena, e stavolta non sembravano esserci dubbi: lei stava guardando lui. Sorrideva. E, mentre s'infilava un paio di mutandine nere, probabilmente le sue mutandine, gli fece l'occhiolino. Anche Giovanni sorrise, stavolta, sentendosi come il bimbo che ha rubato la nutella ma la mamma lo ha già perdonato, anche se lo aveva sorpreso con le mani sporche di cioccolata. Sorridendo, decide di gustarsi per intero lo strip tease al contrario: lei infilò i pantaloni, una maglietta attillata (e niente reggiseno…) e infine le scarpe.
Quando scostò la tenda del tutto, per uscire, Giovanni non sapeva come comportarsi. E, mentre pensava se fosse il caso di allontanarsi facendo finta di nulla, lei era già di fianco a lui, facendo roteare quel perizoma e quel reggiseno rosa attorno al suo indice sollevato.
“Lo sai, è veramente carino questo completo” gli disse, con un sussurro roco da fumatrice. “Ma è La Perla, ed è veramente caro. Ora mi toccherà risparmiare un po’ di soldi e tornare a comprarlo…”.
Lui sorrise, impacciato e paralizzato. “O forse…” aggiunse lei, con una lunga pausa da attrice “potrei comprare solo il perizoma. Tanto non indosso quasi mai il reggiseno”. Infine fece ancora l'occhiolino, lasciò cadere il completo intimo tra le mani di lui e si allontanò, lenta e provocante, verso l'ascensore. Giovanni era sotto shock. Ed ancora sovreccitato. Ma forse per colpa del fresco improvvisamente piacevole, mescolato al caldo torrido della sua fantasia, fu lesto a prendere una decisione un po’ folle. Invece di continuare il suo giro, fece una corsa fino alla cassa.
“Pago questi” disse alla cassiera annoiata, lasciandole cadere sul bancone il perizoma e il reggiseno che la ragazza aveva lasciato.
“Bancomat o carta di credito?” chiese lei, con voce da nastro registrato.
“Il più veloce”
Lei armeggiò con il macchinario, aspettando che sputasse fuori lo scontrino, mentre lui tamburellando con le dita guardava un po’ la cassa e un po’ la sagoma della ragazza sempre più lontana, che per fortuna si era distratta rallentando al reparto profumi.
“Firmi qui” disse la cassiera. Giovanni fece uno scarabocchio illeggibile, senza nemmeno controllare il prezzo, mise via la carta di credito, afferrò la busta con il suo piccolo tesoro e corse via, verso la bella sconosciuta. La raggiunse appena in tempo. Lei era già nell'ascensore, e la porta si stava chiudendo. Lui venne letteralmente schiacciato in mezzo, per colpa delle fotocellule che funzionavano male, e poi sputato fuori da quelle fauci metalliche. Quasi le finì addosso. Lei rise, mentre le porte si richiudevano: “Ehi, ma perchè corri così? Fa caldo…”.
Lui sorrise, con un filo di fiatone. “No nulla, pensavo che era un peccato…” le disse, porgendole il sacchetto di carta con il completino intimo rosa.
Lei sbirciò dentro, con le labbra appena un po’ aperte, come le bambine che ricevono una sorpresa. “Ma… grazie… non dovevi…”
“Sì che dovevo. Ti stava così bene”.
I due si guardarono sorridendo, scossi in modo buffo dal sobbalzo dell'ascensore in partenza. “Credimi, è stato un piacere” aggiunse lui, abbassando gli occhi come davanti al padre confessore. “Non solo farti questo regalo. Anche vederti mentre lo indossavi”. Giovanni sentì le sue guance arrossire, mentre gli occhi guardavano le unghie dei suoi piedi laccate di rosso fare capolino dai sandali eleganti.
La vera sorpresa fu allora. Forse la ragazza sconosciuta e audace si sentiva in debito. Forse tutta quella strana vicenda le aveva titillato la parte di anima più monella. Ma fu lei a fare la mosse successiva. E fu davvero sorprendente. Veloce, allungò una mano verso la pulsantiera dell'ascensore e schiacciò “stop”. Poi fece un passo verso di lui, gli occhi piantati nella sua faccia.
“Sei sicuro, tesoro? Sei sicuro di aver visto abbastanza bene? E abbastanza a lungo? Sei sicuro che io sembri così sexy quando indosso quel completino?” Giovanni riuscì solo ad annuire, mentre la mano di lei riscaldava la sua guancia, giocando con la barba incolta e la pelle.
“Ma io voglio che tu sia proprio proprio sicuro” continuò lei. E un secondo dopo calciò via i suoi sandali. Poi gli restituì la busta con il regalo. Doveva avere le mani libere, per sbottonarsi i pantaloni. Cosa che fece, rapida e sicura, lasciando solo per i suoi occhi i primi centimetri di pelle nuda. Lui reagì con un'erezione vistosa, sfacciata, impossibile da nascondere.
Lei non perse tempo: sfilò i pantaloni, poi la maglietta, lasciando che i suoi piccoli seni rimbalzassero sul suo petto. E infine sgusciò fuori dalle mutandine, che finirono abbandonate sul pavimento dell'ascensore. Giovanni contemplò quel corpo nudo, stavolta da molto più vicino, e trovò il fiato per ritornare a parlare: “Lo sai, forse tu sei semplicemente sexy. Con la biancheria intima rosa di marca. O senza. Come adesso”.
“Tu credi?” rispose lei, mordicchiandosi il labbro inferiore e giocando con le dita sulla sua pelle, prima sulla pancia, sulla cicatrice chiara di un taglio cesareo, poi sul rilievo morbido e liscio del suo monte di Venere depilato da poco. Lui la guardava e sentiva fame e sete. Fame e sete della bella e audace sconosciuta, naturalmente. Voleva afferrarla, toccarla, gustarla. Ma una forza superiore lo frenava. Timidezza. O forse il gusto da intenditori di continuare il gioco, di prolungare l'attesa per dilatare il piacere.
“Tu credi che io sia sexy così?” disse lei, afferrando a piene mai i suoi seni. “Lo sai che mi piace sentirmi sexy?” aggiunse, lasciando scivolare una mano tra le sue cosce, alla ricerca di qualcosa di tiepido e umido.
La sconosciuta si lasciò cadere contro la parete dell'ascensore, appoggiandosi con la schiena, in modo da potersi inarcare in avanti, con le gambe appena più spalancate. Ogni suo gesto aveva il sapore della provocazione e dell'offerta. Come quel piccolo passo in avanti, per inarcarsi ancora di più e mostrarsi meglio. Come le dita, che spalancavano le grandi labbra, così che lui potesse vedere il rosso e umido tunnel del piacere e il piccolo omino nella canoa, già in rilievo, a caccia di carezze.
Giovanni non lo fece apposta. Ma la pressione dentro i suoi pantaloni era sconfinata. E con una mano cercò di regalare a quella pressione una via di uscita, una posizione più confortevole. Lei lo vide e mugolò ammiccando. E lui non sapeva più dove posare gli occhi. Il suo sguardo? La sua mano che stava giocando con il suo piacere più in profondità? O il suo sorriso, che trasudava gioia e passione?
Lei, invece, aveva deciso dove posare lo sguardo: lui poteva quasi sentire fisicamente i suoi occhi piantati sulla patta dei pantaloni, innaturalmente rigonfia per colpa di quella dolorosa erezione.
“Tesoro, faresti una cosa per me?” disse, con un sussurro. E, senza aspettare una risposta, aggiunse: “Potresti prendere il perizoma rosa che mi hai regalato?”.
Lui annuì. E glielo porse. Lei lo rigirò un pochino fra le mani, come per saggiarne la consistenza, la qualità. Poi afferrò il nastro che stava dietro e lo uso per carezzare le sue piccole labbra umide. Su e giù, lentamente, lasciando che si bagnasse di lei, che il suo odore e i suoi umori lo marcassero come una sua proprietà. A Giovanni piaceva così tanto quello che stava vedendo, che cominciò a carezzare il rilievo sui suoi pantaloni.
Questa volta lei fu più decisa: “Tiralo fuori, tesoro”
E lui, senza fiatare, eseguì, slacciando ad uno ad uno i bottoni dei suoi jeans e poi lasciandoli cadere alle caviglie. I suoi boxer blu attillati non potevano nemmeno immaginare di nascondere la sua eccitazione. Giovanni scostò appena l'elastico e il suo membro schizzò fuori, finalmente libero.
“Ancora?” domandò lui.
“Ancora” rispose lei, senza smettere di carezzarsi con il nastro del perizoma rosa.
I boxer scivolarono giù, raggiungendo i pantaloni attorno alle caviglie. Era come legato, e ormai seminudo, con il membro eretto che vibrava nell'aria ad ogni pulsazione di sangue pompato dal cuore. Fu allora che lei si inginocchiò, molto lentamente, sapendo che ogni secondo di attesa avrebbe reso il momento ancora più speciale.
Lui aspettava un bacio, una carezza, un tocco umido della lingua, un qualsiasi contatto. Ma lei, invece, strinse ancor più forte nelle mani il perizoma, mostrando il nastro come gli strangolatori fanno con le corde, davanti agli occhi delle loro vittime.
Non disse una parola, solo “mmmmmm…”, con uno strano tono da diavoletta
che ha in mente un sortilegio. Fu allora che cominciò a legare la base del suo pene con il nastro rosa. Un giro di corda. Poi un altro. E poi uno strattone, per averne ancora abbastanza per poterlo legare. Giovanni guardò il suo membro duro. Incredibilmente duro. Con un perizoma rosa legato stretto tutt'intorno. Quello che accadde fu strano, doloroso e piacevole al tempo stesso. Il sangue smise di circolare, rendendo quell'erezione incredibilmente massiccia. Il cazzo durissimo cambiò colore, diventando violaceo, livido. La seta del perizoma gli carezzava i testicoli, sovreccitandolo. E lei non lo aveva ancora nemmeno sfiorato…
“Ora aspetta e vedrai. E non spaventarti” disse lei, ancora più decisa.
E lui obbedì. Chiuse gli occhi mentre sentiva le dita carezzare la sua eccitazione. Li serrò mentre lei spingeva giù fino in fondo, con forza, la pelle che copriva appena un poco i bordi estremi della sua cappella. Serrò anche le labbra quando lei soffiò sulla punta, inondandola con un brivido. Poi sentì una sensazione umida. Allora aprì gli occhi per vedere la sua lingua scarlatta leccare avidamente il suo membro, inumidendolo con cura. La ragazza stava giocando con lui. E lui si sentiva esplodere. Ma preferì resistere a qualsiasi impulso. E la lasciò giocare.
Le labbra, le dita, la lingua giocavano davvero, e lei con una mano stretta al suo fianco, le unghie leggermente conficcate nella carne, sembrava ricordargli la regola: non ti muovere. Lei rese il gioco ancora più pesante, facendo scomparire il cazzo eretto e violaceo nella sua bocca, quasi fino in fondo, lasciando che la punta sfiorasse l'imbuto della sua gola. Una mano, intanto, gli accarezzava le palle con piccole strette curiose.
“Mmmmmm… sembra che tu sia pieno di… gioia per avermi incontrato. Ma lo sai, con questo nodo non può uscirne nemmeno una goccia piccola piccola”. La ragazza smise qualsiasi gioco per qualche secondo. E scandì: “E’ proprio quello che voglio”.
Poi si alzò in piedi, baciandolo sulle labbra e guidando le sue mani sul suo corpo. Per la prima volta a Giovanni era consentito toccarla. Poi le scostò via bruscamente: “Smetti di toccarmi ora. Aspetta e vedrai che cosa ho in mente per te”.
Si voltò, mostrandogli la schiena abbronzata e poi facendo un passo indietro, per premere con le sue natiche sul suo cazzo duro. “Ora tu diventerai il mio vibratore umano” disse, ridendo. Le sue mani scomparvero tra le sue cosce, mentre si chinava in avanti, facendosi carezzare le natiche dal suo nuovo giocattolo.
Giovanni sentì le sue dita, protese tra le gambe di lei, afferrarlo e guidarlo dentro. Fu una sensazione nuova: sapeva di avere un'erezione mai avuta prima. Ma il sangue aveva smesso di circolare da molto tempo. E sentì di aver perso sensibilità. Era come una macchina, quasi senza vita ma con il doppio, il triplo dell'energia.
La ragazza misteriosa adesso aveva fretta: spinse il suo corpo all'indietro, facendosi penetrare in profondità, finché lui sentì la pressione delle natiche di lei sui fianchi. Poi incominciò a muoversi, veloce, poi velocissimo, le mani tra le gambe per titillare con lo stesso ritmo forsennato il suo clitoride. E lui fermo, paralizzato, insensibile come una macchina. La ragazza incominciò a manifestare rumorosamente la sua gioia: gemeva, mugolava, gridava e intanto ondeggiava avanti e indietro, frenetica come un terremoto. Giovanni si stupì di non sentire nessuno stimolo all'orgasmo. Non pensava di poter durare tanto, in una situazione così maledettamente eccitante. E lo era davvero. Sentiva i fluidi tiepidi di lei bagnare copiosamente anche la sua pelle. E cominciava a sentire le contrazioni della sua vagina, che si preparava all'orgasmo. E quello arrivò, selvaggio, forsennato, con la stretta delle pareti della sua figa attorno al suo cazzo duro, forte come l'abbraccio di un pitone.
Solo allora lei si fermò. Si lasciò quasi cadere contro il corpo di lui, che continuava a penetrarla in profondità come un giocattolo inanimato e muscoloso. Aveva il fiatone, e sospirava piacere e sollievo.
Quando finalmente si liberò, sgusciando via da quel vibratore di carne, sorrideva, con il viso angelico e demoniaco insieme. Giovanni sapeva che ora sarebbe stato il suo turno. Lo capì quando cadde in ginocchio, leccandosi le labbra e guardandolo negli occhi. Lui guardava lei e il suo cazzo turgido, violaceo, spaventosamente e disumanamente grosso e livido, con le vene in rilievo che sembravano radici conficcate nel terreno.
“Sei stato un bravo vibratore umano” disse lei, con la voce bassa e sexy. “Meriti una ricompensa”
Aprì la bocca e fece sparire l'enorme cappella tra le labbra. Poi succhiò a fondo e con cura, cominciando a muovere la testa allo stesso ritmo indiavolato con cui, prima, si era procurata l'orgasmo. Giovanni, stavolta, sentiva che non era più così insensibile. Riconosceva nelle sue viscere i piccoli impulsi elettrici che il corpo mandava, quando era giunto il momento di venire.
Chiuse gli occhi, per gustarsi quelle dolci e torride sensazioni, la bocca di lei che si muoveva attorno a lui, le sue dita che gli carezzavano e tormentavano le palle… poi li riaprì, come le vittime spaventate dei film dell'orrore: era ancora legato a quel modo. Che cosa sarebbe accaduto quando… Nulla poteva uscire da quella stretta, lo aveva detto lei. E allora?
Cercava di concentrarsi, ma il piacere saliva inesorabile e gli toglieva lucidità. Il cervello si stava spegnendo, la razionalità stava per essere sconfitta, con più violenza di sempre. Il suo corpo era davvero diventato una macchina. Programmata per un orgasmo.
Giovanni nemmeno si era accorto di aver cominciato a mugolare sempre più forte. La ragazza sì. Infatti aveva smesso di succhiare ed aveva cominciato a masturbarlo con frenesia. Lui adesso non era più insensibile. La volontà cancellata, il pensiero buttato fuori a calci. Stava per venire, e non riusciva a sentire altro se non il suo piacere che cresceva a dismisura, che diventava una carica esplosiva nel suo ventre. Sentiva i suoi muscoli contrarsi, le sue viscere come molle pronte a saltare fuori. E fu così. Esplose, con contrazioni ritmiche e violente, il suo seme verso l'esterno. Ma quello non uscì, fermato dalla morsa alla base del suo membro. Il dolore, intenso e sublime, lo fece ringhiare, mischiandosi a un piacere del tutto nuovo.
“Preparati ad esplodere davvero” disse lei. E si spostò al suo fianco, tenendo con due dita il lembo del perizoma, il nodo da slacciare. Quando lo slacciò, lui provò una sensazione incredibile. Mentre il primo schizzo di sperma uscì fuori veloce come un proiettile, il sangue tornò all'improvviso a circolare nel suo membro, rigettandogli addosso tutto in una volta il dolore sopito da quella morsa. E l'orgasmo, inarrestabile, era fatto di ondate violente, di spinte che venivano dalle viscere, e che gli facevano sputare fuori, con un'energia mai vista, ogni goccia del suo seme.
Giovanni urlò. Fuori controllo. Il dolore e il piacere più intensi che il suo sistema nervoso avesse mai provato. E che avrebbe mai ricordato.
La ragazza guardò con malcelato orgoglio il casino che lui aveva lasciato sui muri dell'ascensore. Poi, mentre lui era ancora stremato, con le spalle appoggiate alla parete e il fiatone e gli occhi serrati, lei si alzò in fretta, infilandosi in un lampo i pantaloni e la maglietta. Poi infilò il perizoma rosa nella borsa del negozio e schiacciò il pulsante con la “t” dell'ascensore.
Il sobbalzo risvegliò Giovanni. Che, in un secondo, realizzò che si trattava di un'emergenza. Era con i boxer e i pantaloni abbassati, e l'ascensore, fermo da tempo, si stava finalmente dirigendo al piano terra, dove probabilmente una coda di persone stava aspettando. Lei lo guardava divertita, mentre lui si tirava su, goffamente, le mutande e i jeans. Quando la porta si aprì, lui stava ancora armeggiando con i bottoni, davanti allo sguardo decisamente contrariato di una decina di persone in attesa. Tutto quel che udì fu una specie di sospiro di sollievo collettivo, da parte del suo nuovo pubblico, e la risatina diabolica di lei, che gli aveva già voltato le spalle per uscire.
Ma, prima di andarsene, voltando appena la testa, gli fece l'occhiolino. “Non dimenticarti di me” disse, lanciando in aria un oggetto. Lui lo afferrò, prima che la marea di gente in attesa entrasse di fretta. Erano le sue mutandine nere.





La terrazza (erections, exhibitions)
“Io non capisco che cosa ci trovano”.
Sean pensava a voce alta, i gomiti appoggiati alla ringhiera del terrazzo vista mare, carezzato dalla luce gialla e tiepida del sole delle sette di sera.
Ma, invece di guardare il mare, guardava di sotto, nella fetta di piazza del villaggio né lastricata né asfaltata ma lasciata, come ogni piazza della Francia del Sud che si rispetti, con un fondo nemmeno troppo regolare in terra battuta, fatto apposta per giocare alla petanque, le bocce d’oltralpe.
“Non c’è un campo, un limite, tirano verso il pallino e sfiorano le bocce di quello che giocano l’altra partita. E poi le bocce da noi sono una cosa da anziani. Qui giocano e guardano a tutte le età...”
“Ma stai parlando con me?”
Sean si voltò verso la voce alle sue spalle. Amber aveva un asciugamano legato a turbante attorno alla testa e indossava solo un paio di mutandine sportive bianche. Sulla pelle arrossata dal sole sembravano brillare goccioline d’acqua rimaste appiccicate lì dopo la doccia.
“Parlavo da solo, bimba. Ma ora hai tutta la mia attenzione” disse Sean voltandosi e appoggiandosi con le mani e la schiena alla ringhiera, mentre gli occhi seguivano la linea di pelle bianca lasciata dalla spallina del bikini fino al seno, così candido da far risaltare anche nella penombra della casa il capezzolo color fragola.
“Lo sai che ci tengo alla tua attenzione, papino...” rispose Amber con un sorriso che sembrò illuminare tutta la sua figura.
“Perché non vieni qui da me, bimba?”
“Ma sono nuda”
“Non lo sei. Hai le mutandine. Quindi prima di uscire, per favore, levatele”
“Ma papi...” protestò lei.
“Guarda, lo faccio anche io” replicò Sean. E mentre lo diceva, slacciò la cordicella che faceva da cintura ai boxer da mare a fiori blu e viola che aveva portato per tutto il giorno in spiaggia.
“Papi, ma ti vedranno tutti...”
Sean non la guardò nemmeno. Sfilò i pantaloncini, li calciò via e tornò ad appoggiarsi alla ringhiera. Se la compagnia della petanque si fosse distratta un attimo dalla partita e avesse guardato in su, forse dai varchi della ringhiera avrebbe notato il suo culo bianco e nudo, appoggiato in direzione del nulla. Il cazzo già semieretto, invece, era solo per gli occhi di Amber.
“Ti ho detto di levarti le mutandine e uscire. Dovrò aspettare così a lungo da doverti punire?”. Sean la guardava fisso. Senza appello.
“No papi” gemette lei, forse arrossendo nella penombra mentre sfilava le mutandine e le appoggiava sul divano-letto del monolocale che avevano affittato per la loro vacanza al mare. Sean divorò con gli occhi i segni bianchi della pelle che non si era abbronzata, nelle zone proibite del corpo della sua bimba speciale. Adorava il suo pallore. E adorava ritrovarlo là in quei punti che poteva vedere solo lui. Almeno fino a quel pomeriggio...
“Su, avvicinati” le disse. E mentre il suo corpo nudo veniva investito dalla luce del giorno che volgeva alla fine, adorò la timidezza e l’ansia dei suoi passi e il rossore più accentuato delle sue guance. La terrazza era ben incastrata al secondo piano di quella palazzina riciclata in casa per i villeggianti: un muro a destra e uno a sinistra per separare dalle terrazze dei vicini, le case di fronte o più basse o troppo lontane o schermate dai pini marittimi, quelli in piazza distratti dalle bocce e forse dal pastis e comunque con una visuale che, al limite, avrebbe loro mostrato i busti e non gli inguini. In fondo non c’era davvero il rischio che qualcuno li vedesse. Ma la sola idea, la sola possibilità erano per Sean un formidabile eccitante, quasi come il corpo di Amber che tanto amava nelle sue deliziose imperfezioni. Le era di fronte ormai, profumata di bagnoschiuma alla lavanda e balsamo per capelli. Splendida, desiderabile.
“Su, inginocchiati ora” le disse, carezzando solo per un istante il suo cazzo ormai duro.
Lei non solo obbedì subito, ma non lasciò passare nemmeno un istante prima di aprire la bocca e accogliere la sua erezione.
“Brava bimba” disse lui con un sospiro. “Fai vedere a tutto il villaggio che splendida succhiacazzi sei”.
Lei alzò gli occhi verso di lui, con un lampo d’ansia. Temeva davvero di essere vista, almeno quanto lui lo desiderava in un angolo segreto della sua anima perversa. Sean provò a calmarla con una carezza sulla guancia, poi le afferrò i capelli per guidarla con più forza dentro di lui. “Brava la mia bimba ubbidiente” le disse. Amber non rispose, neppure con uno dei suoi soliti gemiti. L’ansia, pensò Sean, non la freddezza. Doveva tirarla fuori dal guscio. La staccò dal suo cazzo tirandola per i capelli: “Ho detto brava, bimba”
“Grazie papi” rispose lei. “Non volevo interrompermi”.
“Ehi, guarda che cosa sei già riuscita a combinare” disse lui, indicando il cazzo ormai durissimo. “Scommetto che lo faresti rizzare anche ai vecchietti delle bocce, se solo ti potessero vedere”.
Sean si voltò verso la piazza: tutto come prima, voci, rumori di bocce che si urtano o rotolano sulla terra battuta, persone che non hanno in mente altro che la loro partita serale.
Anche Amber sbirciò la piazza, tra le fessure della ringhiera.
“Vuoi vedere meglio la partita? Su, alzati” le disse Sean con un ghigno diabolico.
Amber protestò con gli occhi. Ma si alzò.
“Su, affacciati pure. E via quelle braccia dal petto”
Amber obbedì. Si affacciò e appoggiò le mani alla ringhiera, scoprendo il seno alla possibile vista degli sconosciuti del villaggio.
“Brava la mia bimba che fa la troietta audace. Scommetto che ti eccita questo ruolo” disse Sean, avvicinandosi alle sue spalle e mettendole una mano tra le cosce. Bagnata.
“No, papi. A me piace sapere che questo è eccitante per te” rispose lei. E con una mano raggiunse il cazzo duro che Sean, avvicinandosi, le aveva puntato alla schiena come un’arma.
“Di chi sei tu?” ruggì Sean, appoggiandosi dietro di lei e schiacciandola con il suo corpo e la sua erezione.
“Sono la tua bimba, papi” miagolò lei.
“Brava bimba. Ora lo faremo sapere a tutta la bocciofila”. Non finì nemmeno la frase che, con le mani a stringere i suoi fianchi, la costrinse a inarcare la schiena, chinandosi sulla ringhiera. Poi guidò il cazzo tra le sue cosce, alla ricerca di quel nido caldo e bagnato. E quando lo trovò si spinse dentro fino in fondo.
“Ecco la mia bimba tutta nuda che si consegna al piacere del suo papi” disse Sean, cominciando a muovere i fianchi. Amber mugolò, come sapeva fare lei, con la voce da bambina sorpresa da un regalo. Quella voce per cui Sean impazziva.
“La mia bimba così docile e devota al suo papino che non le importa di farsi scopare in bella vista a due passi dalla gente”
Il cazzo si spingeva più a fondo, mentre la teneva stretta con le mani a morsa sui fianchi. La voce di Amber usciva dal guscio della vergogna sempre di più.
“Chissà se lì sotto vedono qualcosa. Magari le tette che sobbalzano a ogni mia spinta. Pensi che le vedano?”
“Non lo so... papi”
“Ma ti piacerebbe se le vedessero, confessa. Se vedessero che cosa è pronta a fare la mia bimba porcellina per fare contento papi”
“Mi... piacerebbe, se piace... a te, papi”
“Oppure lì sotto tra le nostre cosce aperte riescono a vedere la tua fica piena e le mie palle che ondeggiano e si riempiono del succo che metto ogni giorno da parte per te. Che dici, principessa”
“Il mio... succo, papino”
“E magari vedrebbero brillare anche il tuo succo che ti sta sgocciolando giù dalle cosce, bimba”
“Sì... papi”
“Quali bimbe si bagnano così tanto quando fanno le maialate, eh?”
“Le bimbe porcelline, papino”
“Non ho sentito”. E una sculacciata forte ma non troppo la fece sobbalzare di dolore e ansia. E se avessero sentito il colpo? E il suo piccolo grido? Sean la scopava più veloce e scrutava la piazza: qualcuno si guardava intorno, forse distratto dal rumore lontano e strano. Ma nessuno guardava in su.
“Le bimbe porcelline, papino, ti prego...”
“Ti prego cosa?”
“Posso divertirmi fino in fondo”
Un’altra sculacciata. Un altro gemito. Un altro fiotto d’ansia.
“Papino ti prego, puoi farmi venire prima di te, come piace alla tua bimba porcellina?”
“Come piace anche a me, tesoro”. Sean guardò verso la piazza e la gente sorridendo. Piantò il cazzo più a fondo che poteva dentro Amber, si sporse per raggiungerla con una mano tra le cosce e carezzarle con impazienza il clitoride e, con l’altra mano, le afferrò un seno sentendo sul palmo stretto il rilievo del capezzolo color fragola.
Amber s’irrigidì, mordendosi forte il labbro inferiore, forse per non gridare. E, dopo qualche secondo, un’onda calda, come una liberazione, si abbatté sul corpo e sul cazzo di Sean, seguita da sospiri, tremori, sussulti, che a Sean sembrarono durare più a lungo del solito.
Pensò che l’aveva portata oltre un’altra soglia, quella dell’eccitazione che supera l’ansia. E che nel momento dell’orgasmo la sua bimba si era come trasfigurata in un non-luogo. Non più su una terrazza a portata di sguardi sconosciuti, ma in un mondo perfetto fatto di loro due. E di piacere.
Sean sentì il suo orgasmo vicinissimo, corroborato da quei pensieri e non solo dall’eccitazione del momento e della situazione, e naturalmente dallo splendido corpo della sua compagna, amante, bimba, sottomessa.
“Il tuo succo, tesoro” disse staccandosi da lei e tornando con la schiena contro la ringhiera, a dare le spalle alla piazza. Amber s’inginocchiò, per prendere tra le labbra quel cazzo ancora madido dei suoi stessi umori.
Sean chiuse gli occhi. E lasciò che il seme riempisse la bocca della sua amata. Dalla piazza si sentì il suono metallico di una boccia che ne colpisce un’altra. E poi una specie di applauso.
Gran giocata, davvero.











Please please please 
(o l'incantesimo del teletrasporto)


Rosie si svegliò di soprassalto, dopo quel sogno assurdo. Mise a fuoco i numeri sulla radiosveglia: 6,30 del pomeriggio. Sbuffò infastidita. Si era ripromessa di restare a letto solo per qualche minuto, per rilassarsi un poco, e invece eccola lì, sconvolta e sudata dopo quella specie di allucinazione. Così strana, eppure così reale.
C'era un piccolo mago nano, con una tunica blu e una lunga barba bianca. Si era sistemato sul letto accanto a lei, dicendo che le aveva preparato un regalo, qualcosa di speciale che arrivava dalla terra dei piccoli maghi saggi. Ma il regalo era per una notte soltanto. In regalo, avrebbe ricevuto il potere di viaggiare dovunque lei avrebbe voluto in un batter di ciglia. Le sarebbe bastato chiudere gli occhi e pensare al luogo in cui avrebbe voluto andare. E quando avrebbe riaperto gli occhi, si sarebbe ritrovata esattamente là.
Il mago aveva uno sguardo severo. Sembrava proprio un vecchio professore, quando aggiunse: “Usalo con saggezza, perché i piccoli maghi hanno scelto te per una buona ragione. Ricordati di esaudire i tuoi desideri ma non quelli che renderebbero la tua vita futura una ricerca inutile di qualcosa che hai già avuto. Ricordati di gustare sapori buoni ma non saziare tutta la tua fame. La perfezione appartiene al paradiso. La tristezza, la nostalgia, la sensazione di non essere stati in grado di esaudire tutti i propri sogni appartiene a questa terra. E agli esseri umani appartiene la ricerca, il desiderio della felicità”.
A svegliarla furono l'eco profondo della parola felicità e la sensazione di un colpo di bacchetta magica sulla sua spalla. Con il respiro ancora affannoso, si mise a sedere sul letto. Abbassò un poco la cerniera lampo della sua felpa. I suoi grandi seni per poco non uscirono del tutto. Si mise una mano sul petto. Era sudata. E il cuore batteva come se volesse esplodere fuori dalla cassa toracica.
Esaminò con gli occhi la sua piccola stanza da studentessa universitaria. Il computer portatile era ancora acceso e explorer stava aggiornando automaticamente, a intervalli regolari, l'ultima pagina visitata. Era il sito web sul quale, nelle ultime settimane, passava un sacco di tempo. Aveva un suo spazio personale su quel sito, dove aveva messo le sue fotografie, i suoi autoritratti, alcuni dei quali di se stessa nuda. Tutti potevano vederle, senza restrizioni. E tutti potevano votarle e scrivere commenti.
I commenti le piacevano. Amava il potere delle parole. Quelle veloci e scarne degli uomini eccitati, quelle poetiche e misurate degli uomini più poetici. Quelle delle donne, incoraggiate dal fatto che, nel suo profilo, si era dichiarata bisessuale. Tutti volevano di più: un'altra foto, un'altra visuale dei suoi grandi seni, il suo corpo nudo, un primo piano dei suoi piercing, soprattutto quello sui capezzoli. Tutti e tutte volevano vedere, toccare, annusarla, gustarla...
Rosie puntò meccanicamente il cursore sul link e aprì la pagina web con le sue fotografie. Ne aveva aggiunta qualcuna, prima di addormentarsi. Foto fatte con l'autoscatto, che aveva rubato a se stessa sotto la doccia. C'erano un sacco di voti e commenti sotto ogni foto. Aprì la prima. E cominciò a leggere. Il primo era del suo amico di chat danese, Sebastian.
Erano parole dolci, come al solito: “Grazie, Signore, di avermi creato maschio”. Rosie sorrise, poi cliccò sul nome di Sebastian. E, dalla pagina del suo profilo personale, si spostò su quella delle sue fotografie. Ce n'era una che le piaceva in modo particolare. Era in bianco e nero, un primo piano del suo cazzo in erezione, ma con la pelle che ancora ne nascondeva la punta. Lui l'aveva intitolata: “Chi vuole scalarlo?”. E lei aveva risposto: “Lo farei, se me lo permettessi”. Poi passò un dito sul monitor del suo portatile, come se potesse davvero accarezzarlo, cominciare a scalarlo come voleva lui. E chiuse gli occhi. Quando li riaprì, non era più nella sua stanza. Era un'altra stanza, vuota, ma in un luogo che non aveva mai visto prima. Si guardò intorno. Un letto, qualche poster alle pareti, una finestra proprio di fronte a lei. Rosie soffocò un gemito di paura, ricacciandoselo nello stomaco che sembrava bruciare. Chiuse gli occhi con forze. E li riaprì. Con sollievo, riconobbe la sua stanza, il suo letto, il suo computer. La foto in bianco e nero del cazzo di Sebastian di nuovo davanti a lei.
Il sogno, il folletto, il regalo... Era davvero accaduto? Aveva viaggiato altrove, in un'altra stanza, la stanza del suo amico, per pochi secondi? Cercò di ricostruire nella sua mente quella migrazione impossibile. Aveva chiuso gli occhi, per sentirsi più vicina a lui e... e... ci era arrivata davvero, più che vicino. Sì, il folletto, quel sogno così concreto che sembrava realtà. No, era realtà. Ripensò parola per parola alle parole di quel buffo mago e per la prima volta riuscì a dar loro un senso. Esaudire un desiderio... Gustare ma non saziarsi...
Pensò a tutte le cose della sua vita che non andavano. A tutto quel che la rendeva così malinconica ogni benedetta mattina. Viveva a 300 chilometri da casa, in una città grande e poco ospitale, o almeno così appariva a lei. Praticamente sola, con gli amici tutti lontani. Forse avrebbe potuto chiudere gli occhi e, quando li avrebbe riaperti, sarebbe stata di nuovo nella piazza del suo piccolo villaggio, accanto ai suoi amici, a chi l'aveva vista crescere, a chi le voleva bene. Poterli vedere, vedere i loro sorrisi, abbracciarli...
Ma farlo sarebbe stato saziarsi. Invece entrare di nascosto nella stanza di
Sebastian era solo un piccolo desiderio che si realizzava, il buon sapore di un bocconcino delizioso. Fece un respiro profondo e provò a sentirsi pronta per quello che stava per fare. Fece scendere la cerniera della sua maglietta, fino in fondo ma non abbastanza per mostrare del tutto il suo seno. Era come una gigantesca scollatura. Poi si levò i pantaloncini della Adidas, scoprendo le mutandine bianche, con la vita alta come quelle della vecchia zia e attillate, attorno ai suoi grandi fianchi. Stiracchiò con cura le gambe, muovendo su e giù anche le dita dei piedi. Poi scrisse un messaggio privato a Sebastian: “Sei lì?”. Aspettò la risposta. Invano.
Così provò a distrarsi, tornando a leggere i commenti sotto le sue fotografie nuove. Ce n'erano un sacco, firmati da nicknames che già conosceva: greatstuff, wordweaver, nudecouple, orgasmacismo, gio, autogate, anche una ragazza americana, Tarathepainter. Guardò con calma e con cura alle fotografie di ognuno di loro, immaginando come sarebbe stato conoscerli in un altro modo. In fondo suonava un po' strano cominciare mostrando centimetri e centimetri di pelle nuda e poi entrare in contatto soltanto con le parole. Sorrise e, quasi senza rendersene conto, chiuse gli occhi. E quando li riaprì, era di nuovo in una stanza sconosciuta.
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Un altro letto, tanti quadri coloratissimi, di tutte le dimensioni, appesi alle pareti, una scrivania disordinata... e seduta alla scrivania una ragazza, in reggiseno e mutandine, che sembrava così concentrata a disegnare un bozzetto con la matita su un cartoncino, che non si era accorta di nulla. Preparava un nuovo quadro. Rosie cercò di parlare con la voce più bassa e dolce che conosceva: “Tara?”.
La ragazza si girò di scatto, spaventata.
“Tara, puoi sentire le mie parole” mormorò ancora Rosie, con un sorriso.
“Sì... ma tu chi sei? E come hai fatto a entrare? La porta era aperta?”
“Più o meno aperta, sì”. Rosie sorrise, spostando di lato un lembo della sua tuta, per lasciare che uno dei suoi capezzoli con il piercing facesse capolino.
Tara era come paralizzata, con gli occhi che balzavano dal suo viso al suo corpo. “Chi... chi sei?”
“Sono Rosie... volevo dirti grazie per le parole gentili che lasci sotto le mie foto, nel sito”. Poi si avvicinò ancora e si chinò abbastanza, per schioccarle un rumoroso bacio sulla guancia.
“Rosie... ma... hai sempre detto di vivere in Finlandia”
Rosie sorrise ancora una volta. “Oh, non fare domande” disse afferrandole una mano e guidandola sotto la casacca, proprio sopra uno dei suoi grandi seni. Tara respirò profondamente e lo prese tra le mani con dolcezza, quasi per assicurarsi che si trattasse di una persona vera e non di un ologramma. Sentì il capezzolo indurirsi al contatto. Sì, era vera...
“Ora chiudi gli occhi, Tara. Torno subito”. Tara ubbidì, lasciando che la sua mano scivolasse via da quel seno grande e morbido. Rosie fece lo stesso. E, quando riaprì gli occhi, fu di nuovo nella sua stanza, nell'alloggio per studenti dell'università di Helsinki. Sullo schermo del suo computer lampeggiava una scritta: nuovo messaggio. Sebastian? Cliccò sul link. Sì...
“Sono qui. Sei nella chat? In quale stanza”.
Rosie sorrise, chiuse gli occhi e li riaprì. “No, sono nella tua stanza” sussurrò, quando fu sicura di aver compiuto l'incantesimo. Sebastian saltò a sedere sul letto, terrorizzato. Quasi il computer portatile scivolò a terra per il sobbalzo. Era a torso nudo. Tutto quel che indossava era un paio di boxer di cotone, larghi, a quadri scozzesi.
“Ciao uomo” Rosie disse, sorridendo.
“Come cavolo... sei arrivata qui?” rispose Sebastian, con una voce che lo spavento aveva reso stridula.
“Non essere spaventato. Sono una strega, ma solo per questa sera. Così posso andare dove voglio. E scalare quello che voglio. Sempre che tu sia d'accordo...”.
Sebastian non disse una parola. Si era accucciato sul letto, le gambe strette al petto, ancora spaventato. “Non avere paura. E' solo un sogno. E nel tuo sogno, adesso, ci sono io”.
Mentre parlava, Rosie si era avvicinata a lui, passo dopo passo, i piedi nudi sul pavimento freddo di linoleum. Quel pavimento sul quale era caduta la sua maglietta, che lei aveva lasciato scivolare giù. Quando fu abbastanza vicina, s'inginocchiò sul letto, sfiorando le gambe di lui con i suoi seni. E si chinò, per baciare le sue labbra.
Fu quello il primo buon sapore che assaggiò. Ci aveva pensato spesso, mentre chattavano insieme. E ora aveva scoperto che cosa si provava. Bussò con la lingua alla porta delle sue labbra. Lui le fece strada, docilmente, mentre le sue mani cominciarono a diventare audaci esploratrici. Rosie sentì sfiorare le sue spalle, poi le sue braccia. Si aspettava che presto il tocco avrebbe raggiunto i suoi seni. Lei lo lasciò fare, ma presto iniziò anche lei la sua caccia. Smise di baciarlo, per liberare le sue gambe, ancora strette sul petto. Poi carezzò con foga quel petto, con i muscoli sottili e tesi. E presto cominciò a baciarlo, lasciando che il piercing che aveva alla lingua giocasse con un capezzolo. Nel frattempo, le sue mani stavano esplorando più giù, ormai già infilate nei suoi boxer buffi. Oh sì, si stava già eccitando. Lasciò che le sue dita giocassero con la sua erezione, spingendo giù la pelle, come in fondo chiedeva lui in quella foto, e carezzando con lenta dolcezza il buchino, la punta, i bordi della cappella liscia... gli piaceva, e i suoi gemiti non facevano nulla per nasconderlo. Diventarono un piccolo grido, quando fu la bocca di lei ad arrivare laggiù, piano piano, tracciando il sentiero dal petto all'inguine con le labbra e con la lingua. Baciò la punta del suo cazzo, e lasciò che la lingua passasse rapidamente laddove le labbra avevano lasciato un dolce segno. Solo per assaggiare ancora un pochino. Poi sorrise, guardando in su e notando le sue guance incredibilmente rosse.
“Ora chiudi gli occhi, Sebastian... molto, molto presto sarò ancora nei tuoi sogni”. Lui obbedì, senza dire una parola. E non la vide nemmeno, mentre scendeva da letto, raggiungeva silenziosa il centro della stanza, senza smettere di guardare il suo viso da bimbo, il suo corpo nudo da ragazzo, la sua eccitazione da maschio...
Si leccò le labbra, lasciando che il piercing alla lingua giocasse anche con loro, afferrò la maglietta con la zip dal pavimento e chiuse gli occhi.
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Li riaprì che era di nuovo nella sua stanza. L'incantesimo continuava a funzionare. Gli occhi andarono subito sul computer. Aggiornò la pagina delle foto e scoprì che i commenti si erano moltiplicati. La cosa le piacque. Così tanto che si levò le mutandine, indugiando con un dito sul suo buchino. Sentì il caldo umido del suo nettare sulla pelle perfettamente liscia, che lei amava rasare con ogni cura. Poi chiuse gli occhi un'altra volta.
Quando li riaprì, era di nuovo al centro della stanza della sua amica americana. Tara era nuda adesso, seduta sulla stessa sedia, ma con lo sguardo fisso sul punto dove lei era apparsa, come se la stesse aspettando, conscia dell'incantesimo.
“Ciao” disse Rosie, coprendosi i seni e il pube con le mani. “Sei nuda? Anche io” sorrise. Poi si avvicinò alla sua sedia, lasciò cadere le braccia, mostrando il corpo come nelle fotografie che a lei piacevano tanto e s'inginocchiò ai suoi piedi.
Tara non attese a lungo e si chinò verso Rosie, prendendole il viso tra le mani e baciandola con passione sulle labbra. Sussultò, quando percepì il piercing sulla lingua. E immaginò di più, mentre i loro gusti si mescolavano. Un sapore in più, pensò Rosie. Ma non era abbastanza. Lasciò scivolare una mano tra le cosce di Tara e la accarezzò, scoprendola già umida.
“Mmmmm... scommetto che stavi già giocando tutta sola, mentre mi aspettavi” mormorò Rosie, a un centimetro dalle sue labbra. “Lasciami guardare da vicino” E la sua bocca seguì ancora una volta le sue braccia.
Tara allargò le sue cosce quasi con violenza, affamata di altri, intimi baci. E Rosie fece quello che andava fatto: tuffò il viso tra le sue gambe, cominciando a giocare con le labbra e con la lingua sulla fonte del suo piacere. Cominciò succhiando delicatamente in fuori le piccole labbra, poi fece seguire la lingua. Che non si stancava di assaggiare. Il secondo sapore. Tara stava perdendo il controllo. Ai gemiti fece seguire un grido, quasi disperato: “NON FERMARTI... TI PREGO... NON FERMARTI...”.
Ma Rosie aveva un altro piano. “Chiudi gli occhi, ancora una volta, ti prego” disse a Tara, mentre chiudeva gli occhi a sua volta. Quando li riaprì, era di nuovo nella stanza di Sebastian. Il ragazzo era sul letto, supino e completamente nudo. Con una mano annoiata, teneva sveglia la sua eccitazione.
“Hai visto? Sono tornata” disse, camminando lentamente verso il letto, pallida e nuda. Sebastian sembrava paralizzato. Solo i suoi occhi sembravano vivi: li sentiva sulla sua pelle, esplorarne ogni centimetro ed ogni curva, specie quelle più segrete. Quando Rosie fu vicino al letto, gli prese la mano, quella che stava giocando con l'erezione, e cominciò a giocare al suo posto. Poi guidò la mano di lui tra le sue cosce, e lasciò che giocasse.
Fu come una danza, lui su di lei e lei su di lui. Lui muoveva lentamente il dito sul clitoride e lei ricambiava, salendo e scendendo sul suo cazzo allo stesso ritmo. Lui infilava il dito più profondamente nella sua figa umida e lei lo lasciava scivolare lungo l'asta eretta, fino alle palle. Lui carezzava il suo sesso bagnato con l'intero palmo e lei, come in un cucchiaio, raccoglieva le sue palle in una morbida eccitante presa. Il gioco continuò per un po'. Ma non era ancora abbastanza per Rosie.
“Ora chiudi gli occhi” gli disse.
“Così stai per andartene ancora?” rispose lui, un filo di tristezza nella sua voce. “Tornerò” disse in un sospiro, guardandolo in viso. E quando vide gli occhi di lui chiudersi, fece lo stesso.
Nella sua stanza, sul letto, tornò a guardare il computer. E decise di seguire i link che la portavano alle fotografie di un altro dei suoi ammiratori. Con un dito carezzò la linea magra e pallida dei pettorali di Orgasmacismo e chiuse gli occhi. Si ritrovò nuda, nella piccola, fredda e disordinata cucina di un single inglese. Che era seduto alla tavola, tutto assorto, il giornale aperto sulla pagina di sport.
“Ehi” disse lei sottovoce. Ma lo spaventò comunque. Orgasmacismo quasi urlò, gli occhi puntati su quel corpo nudo e sconosciuto. O forse no...
“Sono Rosie, quella di internet. Non chiedermi perché sono qui. Ma ascoltami e fai come ti dico: spogliati. Anzi no. Mi basta avere il tuo cazzo” disse lei in fretta, prima che lui fuggisse. O chiamasse la polizia. Poi arrossì, pensando che era stata davvero sfacciata.
Lui però non ci pensò due volte. In fondo era un maschio, pensò Rosie. Quindi si alzò in piedi, così in fretta che la seggiola ruzzolò a terra, facendo un sacco di rumore. Poi abbassò la cerniera dei pantaloni, li sbottonò in fretta e se li abbassò, insieme ai boxer. Lei allora si avvicinò.
“Ma cosa...” cercò di dire, ma lei gli chiuse la bocca con un bacio. La lingua di Rosie si fece strada in fretta tra le sue labbra. Un altro sapore.
Intanto, poteva sentire la sua eccitazione contro la pelle della sua pancia. Fece scivolare giù una mano, afferrandogli il cazzo e giocando con le sue dita fino a farlo eccitare ancora di più. Poi s'inginocchiò e lo prese tra le labbra, succhiandolo piano come un cono gelato. Subito dopo, lasciò che la lingua passasse rapidamente sulla punta liscia. E chiuse gli occhi.
Sparì così, senza aggiungere una parola, e il luogo in cui riapparve era un piccolo ufficio. In Italia del Nord, lei immaginava. Non c'era nessuno. Ma quella porta chiusa si aprì presto e l'uomo che stava entrando quasi saltò in aria dallo spavento, quando vide una ragazza nuda a un metro dalla sua scrivania.
“Ciao Joe” disse lei, aggiungendo “Suukko”. Era la loro parolina segreta, bacio in finlandese, come lui aveva imparato da lei. Rosie si avvicinò abbastanza, per baciarlo sulle labbra. Lui, paralizzato, stava con la schiena appoggiata alla porta, che aveva richiuso in tutta fretta. Forse era l'unico modo per assicurarsi che nessuno sarebbe entrato. Nessuno oltre Rosie.
“Che cosa fai qui? E dove diavolo sono i tuoi vestiti?” riuscì a dire Joe, divincolandosi dal bacio. “E perchè non mi avevi detto di essere in Italia?”.
“Ehi ehi, fermati...” rispose Rosie sorridendo. “Smetti di parlare, piccolo italiano”. E tornò a chiudergli la bocca con un bacio. Lungo, appassionato, profondo come la sua lingua che scavava in profondità dentro la bocca di lui.
Passò una vita prima che si staccasse: “Adesso giù i pantaloni baby” gli ordinò. “Non se ne parla” rispose lui, con lo sguardo furbo ed eccitato. E la abbracciò con forza, facendola voltare con la schiena contro la porta e baciandola con altrettanta foga e passione. Con il suo corpo, Joe la stringeva contro la porta, rendendole impossibile ogni movimento. Rosie aveva paura adesso. E stava per chiudere gli occhi, quando lui si distolse un pochino, per scivolare giù contro il suo corpo, seguendo un sentiero con le labbra e con la lingua. Che passava lungo il collo, le spalle, tra le grandi tette, sulla pancia, attorno all'ombelico e infine giù, dove il ventre pulsava.
Lei lasciò che lui si infilasse tra le sue gambe. Abbastanza perché potesse gustarla. Abbastanza perché con i peli ispidi del pizzetto solleticasse le sue grandi labbra e perché la sua lingua potesse coccolare il suo clitoride. Lo lasciò fare, ma solo per un poco.
Poi gli mise una mano sulla testa e, con voce dura, lo minacciò: “Adesso giù i pantaloni, oppure apro la porta e urlo”. Lui si fermò, si alzò in piedi e sbottonò i suoi jeans. Tirò giù pantaloni e boxer insieme e Rosie, inginocchiandosi, vide il suo cazzo uguale uguale a come lo aveva visto in una delle foto: sotto i peli accorciati ma non rasati, guardava ancora in giù, duro ma non troppo, con la punta che faceva capolino dalla pelle tesa. Lei finì di liberarla dalla pelle con le dita e poi la prese in bocca. Leccò e succhiò un poco, sentendolo crescere e indurirsi sulla sua lingua. Quando pensò di averne abbastanza, si alzò in piedi di scatto e, con un sorriso beffardo, puntò gli occhi su quelli di Joe: “Ora tirati su i pantaloni, apri la porta ed esci in silenzio. E sbrigati, o mi metterò davvero a gridare”.
Joe obbedì, un po' preoccupato: “Quando potrò riavere il mio ufficio?”
“Oh, mi basta un minuto” disse lei facendo l'occhiolino. Joe si rivestì in fretta e scivolò fuori dalla stanza, chiudendo la porta alle sue spalle.
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Rosie chiuse gli occhi. Un minuto era più che sufficiente, per lei, per attraversare terre ed oceani. Quando li riaprì trovò Tara sdraiata sul letto, le mani che tormentavano il suo pube, il computer portatile sul cuscino, con l'ingrandimento di una delle foto di Miu sullo schermo.
“Tara...” disse lei.
“Rosie...” rispose la pittrice ansimando.
“Sì, Tara” ripeté Rosie sdraiandosi sul letto accanto a lei ed aprendo le sue gambe, per accoglierla.
Tara non ebbe bisogno di altre parole. Cominciò a baciare i suoi seni con passione e cura, succhiando i suoi capezzoli legati nel piercing. E una mano era già scesa sulla sua figa. Tara mugolava di piacere, mentre la baciava. E a Rosie questo piaceva molto. Poi le labbra di Tara scesero giù, a fare compagnia alla sua mano curiosa. E Rosie sperimentò un altro modo di baciare e di leccare. Tenero, dolce, liscio, niente barba, niente solletico. E il tocco era una carezza delicata, che non aveva nessuna fretta di penetrarla. Le dita si concentravano sui punti sensibili e caldi, e un po' più giù dove la pelle sembra farsi sottile, appena prima dell'altro buchino.
Rosie poteva vedere bene anche l'altra mano di Tara, che non smetteva di far crescere la propria eccitazione, tormentando il clitoride. Tanta passione le procurò un brivido, piacevole e strano.
“Non smettere di toccarti, piccola” sussurrò Rosie. “Ma chiudi gli occhi”. Le languide pupille di Tara sparirono dietro le palpebre. Poi la ragazza nascose la faccia sotto il lenzuolo, come per iniziare un gioco.
Ma Rosie non aspettò che il gioco finisse. Chiuse gli occhi e li riaprì sul letto di Sebastian. Lui aveva il computer sulle ginocchia e scriveva, scriveva messaggi su messaggi a Rosie, aprendo le finestre di tutte le stanze di chat in cerca del suo nickname. Era ancora nudo. E visibilmente eccitato.
“Ehi” sussurrò Rosie. Sebastian si spaventò ancora una volta, lasciando cadere il computer dalle ginocchia sul lenzuolo.
“Oh... ero sicuro di averti perso” disse, quando si riebbe.
“No, non ancora” replicò lei sorridendo. E si accomodò sul letto proprio accanto a lui. Poi aprì le sue cosce, indicando con un dito il suo clitoride.
“È quello che non ho mai mostrato nelle mie foto, vero?” disse. Poi, come per mostrargli la strada, appoggiò il suo indice sul suo umido centro di piacere e giocò per qualche secondo. Sebastian si inginocchiò delicatamente tra le sue gambe e si chinò verso di lei, tuffando il suo viso nella sua figa. Rosie spostò la sua mano e lo lasciò fare. Un'altra sensazione. Un altro modo di baciare, di dare piacere. Rosie poteva sentire la lingua ondeggiare sul clitoride mentre il labbro inferiore sfiorava l'orlo del suo buchino umido. Poi sentì le dita immergersi nel suo miele e aggiungere nuovo contatto a quello della lingua sul clitoride.
Cominciava ad eccitarsi davvero, a perdere il controllo definitivamente. Lo capiva dalle scosse di brividi che risalivano la sua spina dorsale, a ondate. Sebastian lo aveva capito e si stava muovendo più velocemente. Lei gli mise una mano sulla testa, per incoraggiarlo. E non smise di ansimare e mugolare, sapendo che lo eccitava ancora di più. Lo lasciò fare a lungo. Molto a lungo. Ma, prima che fosse troppo tardi, inarcò la schiena, lasciò sfuggire un mugolio più lungo ed intenso dalle sue labbra e chiuse gli occhi.
Quando li riaprì era nuda sul suo letto. Le foto dei suoi amanti di una sera si accavallavano sullo schermo del computer. La sua mano scivolò giù, dove c'era bisogno di lei. Trovò il clitoride ipersensibile, lo trovò bagnato dei suoi liquidi e di innumerevoli gocce di saliva. E si lasciò andare. Veloce, più veloce...
Tutti quei sapori nuovi si accavallavano nella sua bocca. Tutte quelle persone che dipendevano dal suo corpo. Tutti quei desideri pazzi che volavano nell'aria senza mai toccare terra... Più veloce, più veloce... Mentre le parole di Joe, Tara, Sebastian, Orgasmacismo si incrociavano sullo schermo del suo computer.
Non proprio parole. Erano invocazioni: “Dove sei?” “Torna da me”. “Ti prego, non lasciarmi”. Più veloci, più veloci. Le parole. E le sue dita. “Ti prego... ti prego...”. Era pronta. Pronta ad esaudire le loro preghiere... pronta... pronta a... venire...
ti prego
ti prego
ti prego...
Rosie chiuse gli occhi, mentre l'orgasmo giocava con il suo corpo e la sua mente. Quando li riaprì, la stanza era buia, sullo schermo del computer girava il salvaschermo con il disegno di una di tartaruga, e tutto era silenzioso. Tutto, tranne l'ansimare veloce e rumoroso del suo respiro.
Rosie infilò una mano sotto le coperte. Era nuda. Poi diede un'occhiata alla sveglia. Le tre del mattino. Allora... era stato solo un sogno? Si morse un labbro, succhiandolo piano, e rabbrividì: quel sapore, era il sapore del suo sogno. Era il sapore di tanti sapori mescolati insieme. Chiuse gli occhi ancora una volta, lasciando cadere la testa sul cuscino. Se davvero era stato un sogno, non vedeva l'ora di dormire di nuovo...


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